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mercoledì 15 agosto 2012

Memoriale del 15 giugno




Sei nella mia tasca e mi fai uno strano effetto. Ci entri appena. Camminare è un affondo pesante sul catrame che ribolle. Il caldo mi riempie la testa, a un tratto mi fermo. La folla mi attraversa, impreca, mi scansa. Qualcuno bestemmia. A venti metri da me la Stazione Centrale. Mi assale uno scrupolo assurdo. Sfilo il foglio, lo spiego veloce. Respiro. Le pieghe della cellulosa sul tuo nome, ho pensato, l’inchiostro già grinzoso e screpolato sulle lettere. Non lo avrei sopportato. Sento lo scricchiolio delle tue ossa che si ricompongono. Ditate sudate ovunque, liscio la carta a mani tese. Questo foglio è tutto quel che mi rimane. Questo foglio lo devo tenere bene mi dico. Stendo i bordi con i palmi. Non ti ho mai toccato così tanto in tutta la mia vita. 

Prima di ieri ti ho soltanto sfiorato. Ti sedevo accanto e tu avevi orecchie grandi e rosse e maneggiavi la sigaretta facendola roteare prima di accenderla per trovare il verso giusto dal quale succhiare ossigeno oppiaceo. Allungandoti il pacchetto semivuoto sentivo la pelle incancrenita dal tabacco, la scorza dura di polpastrelli scarniti dalla nicotina. Adesso un rettangolo bianco conserva le tue ginocchia nodose. Ti osservo mentre le attorcigli l’una sull’altra, inerpicandoti lungo le gambe di legno della sedia.  Il tavolo, la stanza, la casa sono un’estensione del tuo corpo legnoso. Negli ultimi anni ti sei trasformato in un nonno albero. Muscoli lunghi e accavallati, filamenti nervosi e tesi. Cavi d’acciaio e radici. Sul foglio ci sono cose che non voglio sapere. Qualcosa che mi riguarda e che mi strazia. E allora le mani accarezzano soltanto lo spazio bianco. Hai preso la forma tonda del mio fianco. Non ti ho mai abbracciato, uno di quegli abbracci in cui ti lasci andare intendo. L’intimità fra noi è stata una confidenza senza permesso. Arrivavo in silenzio, appoggiavo le mani sulle spalle stanche di un vecchio arrotolato su una sedia. “Chi è?”, ti dicevo, “indovina!”. Nonno, sono tornata, volevo dirti. “Stong fumann, nun ò vir?”, dicevi senza girarti. 

Ho fatto un rapido calcolo, una stima per difetto. Sono cinquecentodiciottomila e trecento o forse anche di più. Succhiate fino al midollo. Col mozzicone sputato solo quando si spegneva tra le dita. Ho contato pure l'ultima Malboro, quella prima del sonno. Una smorfia mi parte sulle labbra e me ne accorgo solo dopo: è andata proprio come volevi.

Hai perso la vista intorno ai trenta anni e altri cinquanta li hai passati al buio. Avrei voluto chiedertelo tante volte. C’erano quelle pause che prendevi fra una voluta di fumo e l’altra, e io ogni volta pronta a farle cadere quasi per caso le parole, come la cenere infuocata che ti finiva addosso e ti bucherellava i pantaloni. Nonno come è il buio? Come si sta? Mi hanno detto che un cieco compensa sviluppando gli altri sensi. Io ti trovavo inginocchiato sui mattoni dell’aiuola in giardino, con un secchio d’acqua e il terreno sciolto dentro e una ventina di rami di rose rinsecchite morte da un pezzo. Ti ostinavi a piantarli, a innaffiarli, misuravi la distanza come un agrimensore egizio che si fida solo delle sue mani. Rami che non sarebbero mai più stati rose. Mi accorgevo di te da lontano, appena imboccavo il viale, il tuo secchio di acqua santa, le mani che trafficavano fra il grembo e la terra bagnata e inginocchiato così ogni volta mi chiedevo se non stessi pregando. Perché era un atto di fede ostinarsi con la vita in quel modo. Oppure un sesto senso che avevi sviluppato e che mi sfuggiva. Fa paura il buio, nonno?, quanto vorrei avertelo chiesto. Il buio è nero e basta, mi rispondevo ingoiando parole che andavano in fumo. 

Il tuo nome sta nel secondo quarto di foglio, il rettangolo di destra intendo. Me ne sto ferma nel bel mezzo della folla furiosa, e ricontrollo. Una fissazione assurda. No, non ti toccano le scanalature della carta, l’usura del quotidiano ancora non ha fatto di te carta straccia. Sei diventato un A4 e mi fai uno strano effetto. Ma tu non sai nemmeno cosa è un A4, vero? Sorrido perché conosco quel tuo restare immobile per qualche secondo quando dico una parola che non conosci, come per annusarne la scia e un attimo dopo dire: Ch r’è? Come ti immagini un foglio di carta? Un semplicissimo foglio di carta? Ecco, proprio così, quelle misure standard. Un A4. Sei diventato un nome in grassetto che fuggo disperatamente. Ti sta accanto, in corsivo, la data di ieri. Fra te e ieri ha messo una virgola quella dell’anagrafe. Soltanto una virgola. E questa cosa mi fa schizzare il sangue alla testa. Pretendevo un punto, un paragrafo di separazione, un’interlinea di distanza. Siete ancora due cose diverse tu e quello che è successo ieri. All’impiegata stavo per dire qualcosa ma poi ci ho ripensato.

In realtà questa sensazione dura da prima che tu diventassi foglio. Mi sono svegliata nel cuore della notte ed era già qui ad aspettarmi. Devo farlo, pensavo. E’ solo una stupida roba burocratica. Non è nulla. Devo farlo. Alle nove e un minuto attendo che l’ufficio apra, stringo un numero scritto su un triangolo di carta strappato male. Anche se non avresti potuto vederla quella donna era esattamente ciò che intendevo quando ti dicevo: - A volte non ti perdi nulla se non vedi certe cose, ti risparmi solo qualche dispiacere. E tu in una nuvola di catrame fumante mi dicevi:  Ch vuò ricere? E lasciavi perdere.

L’ufficio perde calcinacci, rovinano sul battiscopa come polvere, il corpo di lei è un ammasso di faldoni impilati l’uno sull’altro, cementificati da muffe e umidità. Grassa, unta, con gli occhiali che le scivolano sul naso. Non ispira simpatia, ha un viso solido e qualcosa di incastrato nei denti. La lingua le si contorce sotto il palato facendo oscillare appena il mento. In mente mia ti dico: mi hai fatto finire fin qui. 

- Salve, mi serve un certificato di morte. Qui ci sono tutti i dati che le occorrono,- e le allungo un foglietto sul quale mi ero annotata tutto. 
- Si, - mi risponde lei, e non si muove. Non muove un muscolo. 
- Allora,- dico io, - può farlo per favore? -. La sua flemma  è una scheggia di osso nella mia carne.
- Si, - dice lei. 

La fronte lucida e quelle borse gonfie sotto gli occhi emergono dalla penombra dell’ufficio come un’enorme balena inabissata che sta risalendo in superficie. Come quel fottuto certificato di morte lontano anni luce che si avvicina alla mia mano. Il foglio sbuca dalla stampante e il timbro è un pugno in faccia. Sputo denti rotti e sangue e vado via. Il mio treno parte fra meno di un’ora.

Ripiego il foglio, sei di nuovo nella mia tasca. Sono arrivata, devo cercare il binario, poi siederò al mio posto e per sei ore spegnerò il cervello. La Stazione Centrale è un forno. Particelle di odori viaggiano a velocità supersonica, si aggrappano a pezzi di canottiera, ai nei sporgenti, a scampoli di pensieri. La pelle dolciastra dell’uomo che mi taglia la strada, il tanfo del barbone che ha dormito per terra e ha sentito l’asfalto sudare e rilasciare calore, lo zucchero a velo delle sfogliatelle calde che squaglia, l’orina dei bagni che sale come vapore acqueo, il disinfettante della passamaneria della sala d’attesa, la polvere che alzano i treni. Macchie umane ovunque. A queste temperature elevatissime la materia si scompone, la struttura dei corpi si espande. Tutto si fonde, e che io lo voglia o no, ormai sono dentro. Facce rigide, in coda alla biglietteria, con le braccia conserte davanti al monitor, trafelate per la corsa, scoprono insospettabili mollezze e cedimenti. Intorno a me solo persone stravolte dal caldo e dalla notizia: il treno è stato annullato. Non so dire se strilla di più l’acciaio morso dai freni sulle rotaie o la signora che ha perso la coincidenza per Torino. Eppure in un attimo è tutto estremamente chiaro. Ora ti sento pulsare, maledetto A4. So esattamente cosa devo fare e attendo in silenzio il mio turno alla biglietteria. 

- A che ora parte l’ultimo treno?  
- L’ultimo? 
- Si. 
- Guardi che per i guasti alla linea imputabili alle ferrovie, Trenitalia si impegna a garantirle un posto sul primo treno utile per la sua destinazione. Non c’è bisogno che attenda fino a stasera per partire.  
- Si, lo so. L’ultimo treno? 
- Vediamo… 19.19. 
- Prendo quello. C’è un deposito bagagli in stazione?  
- Si, di fronte al binario 4.
- Arrivederci.

E’ stato allora che mi è venuta quell’idea e immediatamente ho provato una morsa di rimpianto.  Avrei dovuto farlo prima, come tante altre cose. Ma oggi c’è troppa energia nell’aria perché io possa far finta di nulla. C’è questo calore che cade pesante su binari, strade, case, persone. Abbiamo circa quattro ore, nonno, e il caldo quasi nemmeno più lo sento. 

L’ultima volta che ti ho visto avevi voglia di parlare. La tua voce era arrocchita dal fumo e carica di allusioni. Hai spento la tv e hai lasciato che tutti i rumori del mondo attorno a noi si raccogliessero nel fumo lento della tua Malboro. Eri molto malato e lo sapevi. Io non riuscivo a staccare gli occhi da quel sacchetto a terra che pulsava di vita propria. Un liquido giallo senape, venato di rosso, lo gonfiava a più riprese. Il tubicino trasparente si animava sotto il carico dell’urina. Non vedevi ma sapevi tutto. Cerotti bianchi e lunghi ti incollavano l’addome da parte a parte tenendo più fermo possibile il catetere. Mi hai sentita avvicinare, ho visto le tue mani che impazzite hanno lasciato cadere sul tavolo il mozzicone acceso. Sei corso a sistemarti, a tirarti su il pigiama, a controllare che l’inguine fosse coperto. Si na femmena, hai detto.

- Tu comme staje?-, poi mi hai chiesto.
- Sto lavorando. Sono poche ore al giorno, non mi pesano, ho tempo libero. Posso scrivere.
- Allora staje bbuono?
- Vorrei fare tante altre cose. Ma è un buon compromesso adesso.
- Uno dind'a vita adda fà a cosa che 'o fa cchiù cuntento. Si uno nasce che sape fà coccose è bbuon nun pò campà facenna finta e niente. Comm' puoje campà accussì?
- E se gli altri non sono contenti?
- Chi 'o vò bene a fine s'accuntenta.
- Non è sempre così.
 - A vot' a gente nun sape chell che dice ma parl o stess. Tu a staji a sentì?
 - Si, a volte si.
- Dind' a vita s'anna piglià e decisioni. O accà o allà. 
- E tu che dici? 
- Tant fernesce semp dind' a stess manera.

E’ difficile immaginare l’irruenza della tua gioventù, il coraggio che ti risollevava ogni giorno, quell’intreccio di sciagurata disperazione e di momenti belli, di fugaci squarci di luce nella povertà del dopoguerra. Mi chiedo cosa avresti fatto tu al mio posto, se eri già così saggio e così pratico della vita. Sono i tuoi ricordi a colori quelli che mi srotoli sul tavolo. La tua età dell’oro. Conosco a memoria ogni parola, o almeno così credo. Alla fine c’è sempre qualcosa che non so di te.

- Quann si turnata? 
- Adesso. Sono appena arrivata. Ho ancora la valigia in macchina. Che si dice qui? 
- Tutt a' post. E’ arrivata a’stagione nova pure chest ann.
- Domani voglio andare in città.
- Miezz a 'mmuina?
- Mi manca a volte tutto quel casino.
- E ‘ngopp a Largo Tarsia ce vaje semp?
- Si, te l’ho detto. Lo zio di Gaetano abita lì. E ora che la casa è vuota ci dormiamo noi.
- E’ nu palazz e signuor o nu vascetiell’? 
- No, la casa sta in un bel palazzo. Più di trecento metri quadri che affacciano sul Largo Tarsia. Hanno fatto i lavori di restauro da poco. Il palazzo, per farti capire, è quel bestione grande, con ancora le stalle per i cavalli al piano terra, quello che abbraccia tutta la corte sul davanti. Forse lo conosci, è del settecento, e dietro c’è la Chiesa di San Domenico Soriano. Il palazzo Spinelli. 
- A durici anne annav a faticà là ‘ngopp. Ce steva na fabbrica e scarpe e io facevo o’ scarparo. Facev sulo e’ sòle re scarpe veramente. Pecchè ognuno là faceva na cosa diversa. Tu ossaje comm s’ fa na scarpa? Poi mammà a via ‘e miezeiuòrno m’purtava a merenna. Là ce steva semp l’addore e ciori ru piano e gopp che scenneva abbascio e sa ammischiava ca a povere.  Nun l’aggio chiù truvato chell addore.

Dei fiori per esempio non sapevo nulla. Mi lascio andare sul sedile della metropolitana, soltanto due fermate dalla Stazione Centrale per arrivare al cuore della città. Guardo le gallerie del sottosuolo rotolare via, piccole fiammelle indicano cantieri ancora aperti.  Risalgo dal ventre tufaceo fino ai Ventaglieri su una scala mobile luminosa. La folla di Montesanto è uno sciame in movimento, gomiti e spalle, facce che saltano su all’improvviso, ti cercano gli occhi. Vogliono sapere se sei uno di loro. Sei nella mia tasca, ti sto portando lì. Quanti anni sono che manchi? Cinquanta? Sessanta? 

La salita è ripida, sui lastroni di arenaria si aggrappa una patina di grasso che lucida la pietra nera e rende il passo scivoloso. L’aria è piena di luce ordinaria, un assolato pomeriggio di metà giugno. I raggi filtrano nei vicoli stretti, pieni di stendini con i panni stesi, gente che mangia col tavolo sulla strada come stesse in giardino a prendere il sole. Sono piccole esplosioni di colore i bassi al pian terreno con le tv al plasma enormi accese e chiassose. Le stanze in miniatura hanno ghirigori di cartongesso color oro, color cipria, bianco lucido. Sfarzi ridicoli di colonne doriche in quella miseria sconsolata. Dentro ci sta gente che nella vita cresce sapendo di dover dare il minimo ingombro possibile e acchiappa tutto con i denti digrignanti. Giriamo attorno ai palazzi, nei vicoli stretti e bui dove un odore di corpi vecchi che si addormentano cullati da una sedia a dondolo ci prende alla gola. Il vagito di un neonato nel basso accanto. Una madre che urla. Il cantante neomelodico della Bollywood partenopea. Le sgommate dei motorini impazziti e il loro fracasso infernale. Edifici addossati gli uni agli altri, fili del bucato che si intrecciano, luci sbilenche, ciuffi di parietaria agli angoli, scorticate le scale negli androni dei palazzi, l'odore del lievito nelle pizzerie, la farina a terra, arabeschi di luce e ombra sulle superfici lastricate. C’è troppa ignoranza, troppa vanità, troppa frustrazione. E nessuna rabbia. 

Tu sei un foglio, ora io sono i tuoi occhi. Con la mano sulla tasca dei jeans, ti porto, come fossi un bambino. Largo Tarsia è uno spiazzo all’ombra di Palazzo Spinelli. Cerco la bottega di scarpe, la polvere, la segatura, la colla. Chiudo gli occhi per vedere meglio. Scende dal primo piano il glicine in fiore.  Resto ferma. Guardo la tua fabbrica, la tua casa, e penso a mille cose diverse, sensate, folli, stupide. Ma ti ho portato a casa ed è l’unica cosa che conta adesso. A vote se sente a malincunia. Allora s’adda turnà, mi dicevi quando per mesi e mesi me ne stavo lontana.    

L’ultima volta ti ho salutato con un bacio e per sbaglio mi hai toccato i capelli. Hai ritratto la mano subito. Ma sei rimasto assorto un minuto.
- Hai fatt e capill luong?
- Toccali -, ho detto io. Non ho aspettato che rispondessi. Ti ho preso una mano e ho sciolto la coda.
- E che colore so’?
- Sono bionda.
- Ah, già. Me l’ann ritt.

Una lunga pausa. Un silenzio. Sentivo il dolore pervadere tutti  i gangli del tuo corpo, arrivare al midollo. Dietro di te c’era soltanto un piccolo vuoto mucchietto di morte.                                        

- Nonno, ti fa male adesso?
- No. Ma vuless fà ambress.


E' buio fuori. I finestrini del treno delle 19.19 sono appannati, l'aria condizionata fredda crea una sorta di condensa. Le città e i mari scivolano sotto le rotaie mentre io divento sempre più pesante. So che devo lasciarti andare.


Buon viaggio, nonno.

venerdì 6 gennaio 2012

Il quarto





La realtà è che morire non è brutto,
ma dura per sempre.

[David Foster Wallace]








La stanza è rettangolare e odora di corpi vecchi. Più forte di ogni rumore è la voce del televisore. Il volume è altissimo. Non so perché. Servirà a coprire lo schiamazzo dei pensieri, mi dico. Oppure i gemiti gonfi e gassosi dei singhiozzi. Lacrime in libera uscita in questa stanza.

Ci sono tre letti. È la prima volta che vedo letti fatti così. Plastica grigia senza spigoli, come quella dei seggioloni per neonati. Perché è così che ti riducono qui dentro. Sul terzo, l’ultimo, quello vicino alla finestra, se ne sta immobile mio padre. Il lenzuolo lo fascia di bianco e lui mantiene un misurato distacco. Ma io lo so, lo vedo, è terrorizzato. La colpa è di questa stanza, di queste geometrie parallele che non offrono nascondiglio dagli incubi. Sei vivo. Glielo dico sottovoce mentre mi avvicino. Forse qualcuno sente. Sei vivo papà.

Un altro infarto. Il quarto. L’ho saputo domenica mattina. Sabato ho finito tardi al lavoro. Arrivata a casa mi sono accorta di non avere sonno e ho letto per ore prima di addormentarmi. Saranno state le tre di notte quando mi sono svegliata. Tigro mi fissava a un centimetro dalla bocca con gli occhi spalancati. Alle sette il telefono squilla.

Sto ancora parlando con lei, sento il suono della sua voce riempire l’aria. Non capisco quello che mi sta dicendo. Parole senza senso mi circondano la testa. Il mio orecchio ne registra una soltanto, la più terribile. Non me ne rendo conto ma ho già riagganciato.

Mia madre ha una voce secca come il sangue rappreso delle loro lenzuola macchiate. - L’ho sentito che si agitava, perciò mi sono svegliata, - dice, - e allora gli ho chiesto: tutto bene?. – E poi?- , faccio io, - poi cosa è successo?-. Lei tentenna. -Ho allungato una mano verso il lato del letto dove dorme lui. Il cuscino era cado e umido. Qualcosa di vischioso. La luce, ho pensato, dove diavolo è l’interruttore? Ehi, tutto bene? Sei sveglio? Oddio, qui non c’è nessuno.

Un’ora dopo ero sul treno. Tigro mi guardava senza miagolare. Se per accarezzarlo allungavo le dita oltre la grata del trasportino mi inchiodava gli artigli nella carne. Gli occhi gialli addosso. Lo lasciavo fare, ce l’avremmo fatta anche stavolta.

C’è un merlo nel parco di fronte casa. Sta in disparte perché è un solitario. Credo sia l’unico della sua specie fra quegli alberi. Osserva i piccioni da lontano, li sta a guardare, quelli si fiondano in dieci su una sola briciola. Lui salta via. Salterella con grazia, voli piccoli e concentrici, è un guizzo nei miei occhi. Vorrei dar da mangiare solo a lui e non ai piccioni. È il primo uccello di cui non ho paura. Mi chiedo cosa stia facendo adesso. Devo trovare un libro sui merli, così, per saperne di più. Voglio esser preparata alla bellezza, godermelo tutto quell’istante, quando il sole gli sbanda addosso e il nero intrappola la luce. Chissà se ci sono piccoli merli come lui nei giardinetti di questo ospedale. Un piccolo merlo catrame lucente e una briciola di pane tutta per sé. Il dolore allenterebbe appena la presa. Intanto mi avvicino. Eccomi.

Ci sono parenti amici conoscenti curiosi. Mi salutano. Scruto i visi tesi: non c’è zio Antonio. Strano, penso. Non mi ha nemmeno telefonato durante il viaggio. Le altre volte l’ho trovato alla stazione. Senza dirmi nulla mi aspettava al binario. Riservato di indole mio zio, un basco grigio che pende di lato e gli occhi bassi quando pensa. Pare abbia appena perso qualcosa e stia con gli occhi fissi a cercare per terra, fra i mozziconi fetenti e le carte calpestate della Stazione Centrale. – No, non c’è-, lo dico a voce alta, come per convincermene davvero. Continuo a guardarmi attorno, controllo le chiamate perse sul cellulare, le macchine in fila nel traffico. Provo a chiamarlo, ma il telefono è spento. Finché un tassista si avvicina. - Monaldi – dico allora, - il secondo Policlinico, quello della terapia intensiva.

L’ultima volta mio zio aveva sorriso delle vene in rilievo sulle tempie e delle unghie rosicate che tentavano di sopravvivere alla mia ansia. - Mio fratello è uno tosto, dovresti saperlo-. Mi pare di sentire la sua voce adesso mentre il tassista riparte sgommando. Qualcosa nell’aria mi irrita un occhio, forse ci è finita della polvere dentro, inizio a lacrimare.

La prima a venirmi incontro è mia madre. Sembra uno spettro. - Papà è fuori pericolo, no? – le chiedo. Mi abbraccia senza dire nulla. Le parole a volte finiscono. Lo so, e non chiedo altro. Qualcuno mi riconosce e fa col capo un cenno di saluto, abbozza un sorriso. Cerco zio Antonio fra le mani che gesticolano e le spalle che incorniciano il letto. Un lento spiegarsi di corpi, il movimento fluido delle braccia che mi cedono il passo. Si allontanano. Finalmente papà mi vede. Mormora qualcosa, la voce si strozza sulle labbra gelide. Mi accosto a lui respirandone il calore. Vorrei stringerlo forte, buttarmi di peso sul suo letto, baciarlo tutto. - Le emozioni, signorina, mi raccomando. Suo padre è in una situazione molto delicata, - il primario si ferma, come per pensarci meglio, e aggiunge, -Questa cosa è fondamentale: suo padre non può subire altri shock.

Qualcosa non torna. Un tormento strano e feroce negli occhi di papà. Sento quel dolore, l’ho appena respirato. Si propaga lungo le vie nervose, riempie i gangli fino al midollo spinale. Un senso di solitudine nelle ossa. Non è come le altre volte, ci metto poco per capirlo.

Non ho visto mio fratello da quando sono arrivata. Mamma invece l’osservo fare su e giù da una stanza all’altra del reparto. E’ più magra di come me la ricordavo, chissà da quanto non mangia. E’ diventata un’ombra rapida, scura di abiti, con i capelli unti di sudore, le sue braccia nude sono scheletriche. Appare sulla soglia un frammento alla volta, prima i piedi, poi le gambe, le mani, il naso. Una luce disperata nello sguardo. Non capisco perché non stia ferma un secondo. Dov’è zio Antonio? Perché non è qui?

- È successo di notte. L’ambulanza non arrivava, al Pronto Soccorso mi ha portato tuo fratello-, la sua voce mi arriva come un brusio al margine di un brutto sogno. - Subito l’ho riconosciuta la stretta, quella tenaglia. Al quarto attacco lo sai già cos’è quel senso di oppressione acuta. Ero in bagno, mi usciva sangue dal naso. Mi ha trovato così mamma pochi minuti dopo: ero a terra.

- Non sforzarti, papà.

- E’ importante invece.

- L’unica cosa che conta è che tu stia bene adesso.

- Siamo corsi qui in piena notte, senza avvisare nessuno.

- Ti verso un po’ d’acqua?

- Mi stavano controllando il livello degli enzimi quando lui è arrivato. Io non l’ho riconosciuto.

Vorrei chiedere: lui chi, papà? Ma i suoi occhi diventano freddi e immobili. Carichi di attesa. Penso che qualcosa devo pur dire. E’ già stato molto provato, mi raccomando, non gli faccia troppe domande, lo rassicuri. Riempio il bicchiere quasi fino all’orlo. Fa un verso strano con la bocca, scuote il capo, come un diniego, io abbasso lo sguardo e frugo nelle tasche. Le meno banali fra tutte le parole banali che potrei dire, neppure quelle trovo. Mi accorgo di averle finite, le parole. Ero scesa di casa con le tasche piene. Papà, lui chi? Il suo sguardo ora trapassa il mio corpo da parte a parte. Aspetto che riprenda.

-Non potevo, capisci? Ero steso sulla barella a fare i conti con il mio dolore. Non riuscivo a respirare, non riuscivo a muovermi, mi veniva da vomitare. Ho pensato fosse l’ultima. Che al quarto non sarei sopravvissuto. Il pensiero a mamma che restava sola. Tutte quelle volte che mi sussurrava: -Chi di noi per primo? Me lo devi giurare-. -Perché tu? Perché non io? - rispondevo. -Se rimanessi, non sopravvivrei, - in testa avevo la sua voce. Capisci ora?

Poi si ferma nuovamente e non perché il respiro gli manchi. Ma prende fiato lo stesso, adesso deve dirlo, non può più evitarlo.

- Non hai bevuto, papà. Il bicchiere è ancora pieno, te ne sei dimenticato.

- Vorrei poter dimenticare altre cose.

Diceva frasi che mi sembravano senza senso ma che un senso lo avevano.

- Un sorso solo, papà. Uno e poi continui.

- Sono entrati di corsa. Gli allarmi di quei congegni diabolici suonavano tutti, tutti insieme, come tanti timer di bombe ad orologeria. Il rumore era insopportabile. Mi era entrato nei denti, nei capelli. Gli sono corsi intorno. – Un altro disgraziato come me, - questo mi sono detto. Qui dentro un delirio. - Forza, forza, più veloci! - urlavano a trenta centimetri dal mio orecchio. Li ho sentiti preparare il defibrillatore. Qualcuno gridava di fare ancora più in fretta, forse il cardiologo. Poi la scarica, uno, due… I tonfi del suo corpo sul letto. Uno, due… Non so quanto sia durato quel bip che mi ha trapanato la mente. Quel bip che sento ancora e che ho creduto essere il mio. Eravamo nella stessa stanza. Un metro e mezzo di distanza. Gli infermieri si stavano allontanando, non c’era più nulla da fare. Troppo tardi. È stato quando ho sentito le urla di Maria, di Niccolò e di Anita, le loro voci le ho riconosciute subito. Allora mi sono girato.

Le corde vocali vibrano, i polmoni sputano parole che gli esplodono sulla faccia. Nella stanza c’eravamo solo io e lui. - Non è stato un dolore secco, chirurgico, è stata una scarica di bastonate cieche. È stata una collera, una furia. Ho urlato, Dio solo sa quanto ho urlato. La forza che ho trovato per alzarmi, prima di cadere a terra senza raggiungerlo. - E’ mio fratello! E’ mio fratello!

- Che? No, no. Un momento.

- I medici l’hanno chiamato “insulto al cuore”. Ed è così che mi sento: insultato.

- Stai farneticando. Cosa diavolo dici?

- Mi operano di nuovo, a cuore battente stavolta. Ma se il mio cuore batte, io adesso non lo sento.

- Che è successo ieri notte?

- Zio Antonio.



Appoggio la schiena contro il muro e la srotolo. Srotolo le mie costole ad una ad una mentre il sudore freddo mi imperla la fronte, le lacrime si raccolgono nella bocca, la riempiono, giù fino alla trachea. Mi sento affogare. Non mi accorgo di essere per terra. Suona l’allarme dei sensori di mio padre. Stranamente l’unico pensiero di senso compiuto che ho è per nonna. – Insulto al cuore. Menomale che non ci sei più, nonna mia-.


Da quel pomeriggio di ottobre la parola “morte” mio padre non l’ha più pronunciata. La dissimula quando la sta pensando, stringe gli occhi e muove appena le labbra. Io invece ne conservo solo la emme iniziale. Serro la bocca come se la stessi per pronunciare, poi penso a zio Antonio. E dico “merlo”. Si, dico “merlo”. Sottovoce, in modo quasi impercettibile perché nessuno mi capirebbe. Mi piace pensarlo così. Rivedo i suoi occhi piccoli, le lenti spesse da miope, quegli occhiali tondi e buffi che si ostinava a portare. Ora sono fessure vispe e lucenti, occhietti vivaci di un piccolo merlo sul prato. La giacca di velluto a costine è piumaggio lucente. E il dolore allenta appena la presa.







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giovedì 6 ottobre 2011

La conosci via Carnelutti?


La conosci via Carnelutti?

La strada iniziava dove finiva la città. Pedalavo senza fretta su un rettilineo facile, lattine arrugginite e buste di plastica ai lati. Davanti a me scheletri di gru sospesi nel vuoto. Era la prima volta che finivo da quelle parti.

Il messaggio diceva: Domani puoi tenere il bimbo? Ci hanno anticipato lo spettacolo e dobbiamo finire le prove. E’ urgente, puoi venire da noi? Se avessi dovuto pensare a un quartiere per Giulia e Nino, quel posto l’avrei scartato subito.

Non una buca, né un sampietrino. Dal cartellone pubblicitario un plastico sorrideva al quartiere del 2015, palazzi uguali con piccoli cerchi di verde scuro, come corone di spine.“Pisanova: uno sguardo verso il futuro”. I nomi, pensavo. I nomi non sono mai scelti a caso, c’è sempre una logica. Il più delle volte è banale. E per questo spietata. Pisanova. Pisa Nuova. Smisi di pedalare, le ruote scivolavano sull’asfalto petrolio. Restavano gli ultimi cento metri, solita marcia inserita e la mente ormai vuota. Mi resi conto che Pisanova era la cosa più lontana dalla mia idea del nuovo. E per un attimo mi sembrò di avere tutto il tempo per arrivare in ritardo.

Luce che rimbalza sulle vetrate. A vederli di fianco, l’uno accanto all’altro, mi ricordavano una spiaggia dell’oceano, con il mare aperto e l’orizzonte troppo lontano. Casermoni bianchi in fila, balene arenate fra laterizi. Sul citofono soltanto il cognome di lei.


- Dorme.

- Dorme?

- Si, abbiamo provato a tenerlo sveglio. Ma è crollato.

- Ah.

- Vieni, puoi stare in cucina.


Giulia aspettava. Lasciò che il battito del metronomo mi venisse incontro, come lo scodinzolio di un cane. Su un tavolino al centro della sala il pendolo oscillava e senza rendermene conto regolai il fiatone sui 60 battiti al minuto. La stanza era gialla. Le librerie partivano dal pavimento e toccavano il soffitto, alcuni libri di traverso, incastrati. Odore di legno e tabacco.

Due ragazze stavano attorno a un tavolo, arrotolando le gambe mentre le dita sottili tamburellavano. Si girarono nello stesso momento. La pelle tesa sotto gli zigomi, non un filo di trucco. Una si passava continuamente la mano sul pantalone, come se lo stesse stirando. Salutai Nino che riprese la penna scivolata a terra come un pezzo mancante della propria anatomia e iniziò a leggere i suoi appunti sottovoce, muovendo a mo’di bacchetta d’orchestra quella Bic nera tutta mangiucchiata. Nell’aria frusciavano gli attacchi e le pause del pezzo. Giulia lo fissava seria trattenendo l’aria e il naso diventava sempre più simile a una freccia di ossa e carne rivolta verso il basso, finché un colpo di tosse non le grattò la gola. Gli occhi di Nino che si posano sulle giovani donne rannicchiate come bambine. Giulia disse: - Noi iniziamo, tu, se vuoi, fatti un caffè. Era il segnale. Dovevo andarmene e lasciarli provare.

Non c’erano porte interne. Qualcosa di fluido, quasi un’intuizione geometrica immaginarsi il resto della casa. L’atrio aperto lasciava intravedere uno spigolo ciliegia. Forse la cucina. Dall’intonaco rosso spuntava una palma, dipinta a mano, con foglie larghe che si allungavano fino a prendere tutta la parete. Mi feci spazio fra le tazze della colazione e gli avanzi della cena lasciando scorrere l’acqua prima di riempire nuovamente la caffettiera. Nino iniziò a leggere con una voce che non gli avevo mai sentito prima. Profonda, baritonale.

….


L’occhio si dice ch’è la prima porta per la qual l’intelletto intende e gusta:

la seconda è l’udir con voce scorta,

che fa la mente nostra esser robusta.


La veranda è aperta e non si vede nessuno camminare per strada. Tommaso dorme, proprio non ne vuole sapere di aprire gli occhi. Lo sorveglio a vista, ho paura di non sentire il pianto. Di là il metronomo è una mitraglia che trapassa ad uno ad uno i pensieri. Gli sono passata accanto un attimo fa, li ho quasi sfiorati e ho scoperto di esser diventata invisibile. Non c’entro con quella storia che raccontano, forse è questo il punto. Allora mi metto a spiarli dal cono d’ombra della camera da letto. Mi tolgo le scarpe e scivolo sul letto accanto al bambino. Qualcosa luccica fra le pieghe tenere del collo: è una collana con piccole pietre di giada. Penso ai denti, a quei punteruoli nella carne e mi sembra proprio una tortura attrezzarsi alla vita.


Nel Genesis la santa Bibbia narra

come Dio volse provar l’ubidienza

del patriarca Abram, sposo di Sara,

e per un agnol gli parlò in presenza.

Allor Abram gli sua orecchi sbarra,

inginocchiato con gran reverenza,

avendo il suo disio tutto disposto

di voler far quanto gli fosse imposto.


Un urlo. Un urlo mi fa sobbalzare come qualcuno che all’improvviso mi strattona. In un silenzio che si taglia a fette loro sono immobili, esattamente come li ho lasciati. Non c’è traccia dell’urlo. Ma io lo sento nell’aria, lo annuso. E’ la stanza che sta per esplodere.


Iddio disse: “Togli il tuo figliuolo unigenito Isac, il qual tu ami, di lui fammi sacrificio,

cammina per la selva aspra e deserta

fammi sol del tuo figliolo offerta”.


Nino nomina quella parola e Giulia diventa una maschera di dolore. Sacrificio. Due rughe partono spedite dalla fronte, vanno a graffiare le guance con un solco obliquo e profondo. Spietato come la storia che raccontano. La bocca spalancata resta muta per alleggerire il peso di quella parola. Non più un suono eppure io lo vedo l’urlo di Sara. Il gesto estremo di sputare in un fiato solo tutta l’angoscia di madre.


Già son tre giorni che andaron via

nel cor mi sento battere un martello;

e ‘l lor partirsi senza farmi motto

m’ha di dolor la mente e ‘l corpo rotto.

O patriarca Abram, signor mio caro,

o dolce Isaac mio, più non vi veggio:

il riso m’è tornato in pianto amaro,

e, come donna, vo cercando il peggio.


Tommaso si sveglia come per rispondere al richiamo della voce materna. Ha occhi liquidi ancora assonnati. Andiamo in su e in giù, dalla camera da letto al bagno, in quel corridoio stretto. Non posso fare a meno di osservarli.

Le ragazze ora si muovono. Posano dei libri sul tavolo, a turno. Le braccia eseguono movimenti esatti, procedendo a scatti. La prima appoggia un libro al centro. La seconda ne mette sopra un altro. Di nuovo la prima, poi ancora la seconda. Una, due, tre, quattro volte. L’una dopo l’altra. Costruiscono una pila di libri. Con lo stesso ritmo poi la disfano. Il senso sottile mi sfugge. Cammino allora più lentamente, cullando Tommaso con sobbalzi veloci. Il metronomo dà il tempo, continuano a impilare libri come gradini di una scala. Conto sei torri. Alla settima Giulia apre un libro sulla cima e una figura di carta si alza dalle pagine bianche. L’ombra di un pastore sulla parete, netta e scura nella lucentezza ambrata del mattino. Dura il tempo del corridoio. Nino legge con la sua Bic nera che volteggia nell’aria e io seguo incantata parole e disegni danzare a ritmo di quattro quarti.

Inizia a spazientirsi. Prendo un giochino, provo a muoverlo. Nulla. Non funziona, è furbo. Intanto buoi, alberi, angeli si aprono come origami e restano in equilibrio nei miei occhi. Provo a mimare le piccole scosse del passeggino. Tommaso mugola appena, impotente, pronto a strillare. Andiamo avanti così, io e il bambino e loro, con queste attività parallele a pochi metri gli uni dagli altri, finché non capisco.

….


Più volte ho ripensato a quelle torri di libri, al loro movimento come a un eterno ritorno. Al tempo di una storia in cui volevo entrare in punta di piedi. Ho sperato che Tommaso trattenesse il pianto fino alla fine. Ma l’ultima cosa è stata il Monte Moriah con l’ombra di Abramo che faceva strada a Isacco nella salita. Quando una delle ragazze ha disteso il collo sulla pila di libri, cippo sacrificale, il bambino ha iniziato a urlare. Mi sono infilata di corsa il marsupio e sono cosa giù per le scale inseguita da battiti metallici che diventavano sempre più flebili.

Alle tredici le due ragazze non c’erano più. Tutto era in ordine. Le ombre sulla parete erano svanite. Il metronomo continuava a ticchettarmi nella testa. Via Carnelutti con il sole di mezzogiorno appariva ancora più desolata e l’odore di asfalto bruciato si appiccicava alle ruote.

Quella via non apparteneva a chi l’aveva progettata. Pisanova era di chi abitava i casermoni squadrati, di chi colorava le pareti, toglieva le porte. L’idea che il teatro vivesse lì, fra catrame e acciaio, mi rendeva elettrica. Solo al ritorno mi accorsi che ai lati della strada si ostinavano dei ciuffi radi, fra lattine arrugginite e buste di plastica. A Pisa Nuova la gramigna resisteva.