martedì 15 maggio 2012
Incontro.
venerdì 6 gennaio 2012
Il quarto

La realtà è che morire non è brutto,
ma dura per sempre.
[David Foster Wallace]
La stanza è rettangolare e odora di corpi vecchi. Più forte di ogni rumore è la voce del televisore. Il volume è altissimo. Non so perché. Servirà a coprire lo schiamazzo dei pensieri, mi dico. Oppure i gemiti gonfi e gassosi dei singhiozzi. Lacrime in libera uscita in questa stanza.
Ci sono tre letti. È la prima volta che vedo letti fatti così. Plastica grigia senza spigoli, come quella dei seggioloni per neonati. Perché è così che ti riducono qui dentro. Sul terzo, l’ultimo, quello vicino alla finestra, se ne sta immobile mio padre. Il lenzuolo lo fascia di bianco e lui mantiene un misurato distacco. Ma io lo so, lo vedo, è terrorizzato. La colpa è di questa stanza, di queste geometrie parallele che non offrono nascondiglio dagli incubi. Sei vivo. Glielo dico sottovoce mentre mi avvicino. Forse qualcuno sente. Sei vivo papà.
Un altro infarto. Il quarto. L’ho saputo domenica mattina. Sabato ho finito tardi al lavoro. Arrivata a casa mi sono accorta di non avere sonno e ho letto per ore prima di addormentarmi. Saranno state le tre di notte quando mi sono svegliata. Tigro mi fissava a un centimetro dalla bocca con gli occhi spalancati. Alle sette il telefono squilla.
Sto ancora parlando con lei, sento il suono della sua voce riempire l’aria. Non capisco quello che mi sta dicendo. Parole senza senso mi circondano la testa. Il mio orecchio ne registra una soltanto, la più terribile. Non me ne rendo conto ma ho già riagganciato.
Mia madre ha una voce secca come il sangue rappreso delle loro lenzuola macchiate. - L’ho sentito che si agitava, perciò mi sono svegliata, - dice, - e allora gli ho chiesto: tutto bene?. – E poi?- , faccio io, - poi cosa è successo?-. Lei tentenna. -Ho allungato una mano verso il lato del letto dove dorme lui. Il cuscino era cado e umido. Qualcosa di vischioso. La luce, ho pensato, dove diavolo è l’interruttore? Ehi, tutto bene? Sei sveglio? Oddio, qui non c’è nessuno.
Un’ora dopo ero sul treno. Tigro mi guardava senza miagolare. Se per accarezzarlo allungavo le dita oltre la grata del trasportino mi inchiodava gli artigli nella carne. Gli occhi gialli addosso. Lo lasciavo fare, ce l’avremmo fatta anche stavolta.
C’è un merlo nel parco di fronte casa. Sta in disparte perché è un solitario. Credo sia l’unico della sua specie fra quegli alberi. Osserva i piccioni da lontano, li sta a guardare, quelli si fiondano in dieci su una sola briciola. Lui salta via. Salterella con grazia, voli piccoli e concentrici, è un guizzo nei miei occhi. Vorrei dar da mangiare solo a lui e non ai piccioni. È il primo uccello di cui non ho paura. Mi chiedo cosa stia facendo adesso. Devo trovare un libro sui merli, così, per saperne di più. Voglio esser preparata alla bellezza, godermelo tutto quell’istante, quando il sole gli sbanda addosso e il nero intrappola la luce. Chissà se ci sono piccoli merli come lui nei giardinetti di questo ospedale. Un piccolo merlo catrame lucente e una briciola di pane tutta per sé. Il dolore allenterebbe appena la presa. Intanto mi avvicino. Eccomi.
Ci sono parenti amici conoscenti curiosi. Mi salutano. Scruto i visi tesi: non c’è zio Antonio. Strano, penso. Non mi ha nemmeno telefonato durante il viaggio. Le altre volte l’ho trovato alla stazione. Senza dirmi nulla mi aspettava al binario. Riservato di indole mio zio, un basco grigio che pende di lato e gli occhi bassi quando pensa. Pare abbia appena perso qualcosa e stia con gli occhi fissi a cercare per terra, fra i mozziconi fetenti e le carte calpestate della Stazione Centrale. – No, non c’è-, lo dico a voce alta, come per convincermene davvero. Continuo a guardarmi attorno, controllo le chiamate perse sul cellulare, le macchine in fila nel traffico. Provo a chiamarlo, ma il telefono è spento. Finché un tassista si avvicina. - Monaldi – dico allora, - il secondo Policlinico, quello della terapia intensiva.
L’ultima volta mio zio aveva sorriso delle vene in rilievo sulle tempie e delle unghie rosicate che tentavano di sopravvivere alla mia ansia. - Mio fratello è uno tosto, dovresti saperlo-. Mi pare di sentire la sua voce adesso mentre il tassista riparte sgommando. Qualcosa nell’aria mi irrita un occhio, forse ci è finita della polvere dentro, inizio a lacrimare.
La prima a venirmi incontro è mia madre. Sembra uno spettro. - Papà è fuori pericolo, no? – le chiedo. Mi abbraccia senza dire nulla. Le parole a volte finiscono. Lo so, e non chiedo altro. Qualcuno mi riconosce e fa col capo un cenno di saluto, abbozza un sorriso. Cerco zio Antonio fra le mani che gesticolano e le spalle che incorniciano il letto. Un lento spiegarsi di corpi, il movimento fluido delle braccia che mi cedono il passo. Si allontanano. Finalmente papà mi vede. Mormora qualcosa, la voce si strozza sulle labbra gelide. Mi accosto a lui respirandone il calore. Vorrei stringerlo forte, buttarmi di peso sul suo letto, baciarlo tutto. - Le emozioni, signorina, mi raccomando. Suo padre è in una situazione molto delicata, - il primario si ferma, come per pensarci meglio, e aggiunge, -Questa cosa è fondamentale: suo padre non può subire altri shock.
Qualcosa non torna. Un tormento strano e feroce negli occhi di papà. Sento quel dolore, l’ho appena respirato. Si propaga lungo le vie nervose, riempie i gangli fino al midollo spinale. Un senso di solitudine nelle ossa. Non è come le altre volte, ci metto poco per capirlo.
Non ho visto mio fratello da quando sono arrivata. Mamma invece l’osservo fare su e giù da una stanza all’altra del reparto. E’ più magra di come me la ricordavo, chissà da quanto non mangia. E’ diventata un’ombra rapida, scura di abiti, con i capelli unti di sudore, le sue braccia nude sono scheletriche. Appare sulla soglia un frammento alla volta, prima i piedi, poi le gambe, le mani, il naso. Una luce disperata nello sguardo. Non capisco perché non stia ferma un secondo. Dov’è zio Antonio? Perché non è qui?
- È successo di notte. L’ambulanza non arrivava, al Pronto Soccorso mi ha portato tuo fratello-, la sua voce mi arriva come un brusio al margine di un brutto sogno. - Subito l’ho riconosciuta la stretta, quella tenaglia. Al quarto attacco lo sai già cos’è quel senso di oppressione acuta. Ero in bagno, mi usciva sangue dal naso. Mi ha trovato così mamma pochi minuti dopo: ero a terra.
- Non sforzarti, papà.
- E’ importante invece.
- L’unica cosa che conta è che tu stia bene adesso.
- Siamo corsi qui in piena notte, senza avvisare nessuno.
- Ti verso un po’ d’acqua?
- Mi stavano controllando il livello degli enzimi quando lui è arrivato. Io non l’ho riconosciuto.
Vorrei chiedere: lui chi, papà? Ma i suoi occhi diventano freddi e immobili. Carichi di attesa. Penso che qualcosa devo pur dire. E’ già stato molto provato, mi raccomando, non gli faccia troppe domande, lo rassicuri. Riempio il bicchiere quasi fino all’orlo. Fa un verso strano con la bocca, scuote il capo, come un diniego, io abbasso lo sguardo e frugo nelle tasche. Le meno banali fra tutte le parole banali che potrei dire, neppure quelle trovo. Mi accorgo di averle finite, le parole. Ero scesa di casa con le tasche piene. Papà, lui chi? Il suo sguardo ora trapassa il mio corpo da parte a parte. Aspetto che riprenda.
-Non potevo, capisci? Ero steso sulla barella a fare i conti con il mio dolore. Non riuscivo a respirare, non riuscivo a muovermi, mi veniva da vomitare. Ho pensato fosse l’ultima. Che al quarto non sarei sopravvissuto. Il pensiero a mamma che restava sola. Tutte quelle volte che mi sussurrava: -Chi di noi per primo? Me lo devi giurare-. -Perché tu? Perché non io? - rispondevo. -Se rimanessi, non sopravvivrei, - in testa avevo la sua voce. Capisci ora?
Poi si ferma nuovamente e non perché il respiro gli manchi. Ma prende fiato lo stesso, adesso deve dirlo, non può più evitarlo.
- Non hai bevuto, papà. Il bicchiere è ancora pieno, te ne sei dimenticato.
- Vorrei poter dimenticare altre cose.
Diceva frasi che mi sembravano senza senso ma che un senso lo avevano.
- Un sorso solo, papà. Uno e poi continui.
- Sono entrati di corsa. Gli allarmi di quei congegni diabolici suonavano tutti, tutti insieme, come tanti timer di bombe ad orologeria. Il rumore era insopportabile. Mi era entrato nei denti, nei capelli. Gli sono corsi intorno. – Un altro disgraziato come me, - questo mi sono detto. Qui dentro un delirio. - Forza, forza, più veloci! - urlavano a trenta centimetri dal mio orecchio. Li ho sentiti preparare il defibrillatore. Qualcuno gridava di fare ancora più in fretta, forse il cardiologo. Poi la scarica, uno, due… I tonfi del suo corpo sul letto. Uno, due… Non so quanto sia durato quel bip che mi ha trapanato la mente. Quel bip che sento ancora e che ho creduto essere il mio. Eravamo nella stessa stanza. Un metro e mezzo di distanza. Gli infermieri si stavano allontanando, non c’era più nulla da fare. Troppo tardi. È stato quando ho sentito le urla di Maria, di Niccolò e di Anita, le loro voci le ho riconosciute subito. Allora mi sono girato.
Le corde vocali vibrano, i polmoni sputano parole che gli esplodono sulla faccia. Nella stanza c’eravamo solo io e lui. - Non è stato un dolore secco, chirurgico, è stata una scarica di bastonate cieche. È stata una collera, una furia. Ho urlato, Dio solo sa quanto ho urlato. La forza che ho trovato per alzarmi, prima di cadere a terra senza raggiungerlo. - E’ mio fratello! E’ mio fratello!
- Che? No, no. Un momento.
- I medici l’hanno chiamato “insulto al cuore”. Ed è così che mi sento: insultato.
- Stai farneticando. Cosa diavolo dici?
- Mi operano di nuovo, a cuore battente stavolta. Ma se il mio cuore batte, io adesso non lo sento.
- Che è successo ieri notte?
- Zio Antonio.
Appoggio la schiena contro il muro e la srotolo. Srotolo le mie costole ad una ad una mentre il sudore freddo mi imperla la fronte, le lacrime si raccolgono nella bocca, la riempiono, giù fino alla trachea. Mi sento affogare. Non mi accorgo di essere per terra. Suona l’allarme dei sensori di mio padre. Stranamente l’unico pensiero di senso compiuto che ho è per nonna. – Insulto al cuore. Menomale che non ci sei più, nonna mia-.
Da quel pomeriggio di ottobre la parola “morte” mio padre non l’ha più pronunciata. La dissimula quando la sta pensando, stringe gli occhi e muove appena le labbra. Io invece ne conservo solo la emme iniziale. Serro la bocca come se la stessi per pronunciare, poi penso a zio Antonio. E dico “merlo”. Si, dico “merlo”. Sottovoce, in modo quasi impercettibile perché nessuno mi capirebbe. Mi piace pensarlo così. Rivedo i suoi occhi piccoli, le lenti spesse da miope, quegli occhiali tondi e buffi che si ostinava a portare. Ora sono fessure vispe e lucenti, occhietti vivaci di un piccolo merlo sul prato. La giacca di velluto a costine è piumaggio lucente. E il dolore allenta appena la presa.
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martedì 11 ottobre 2011
Felicità raggiunta, si cammina

Felicità raggiunta, si cammina
per te sul fil di lama.
Agli occhi sei barlume che vacilla,
al piede, teso ghiaccio che s'incrina;
e dunque non ti tocchi chi più t'ama.
Se giungi sulle anime invase
di tristezza e le schiari, il tuo mattino
e' dolce e turbatore come i nidi delle cimase.
Ma nulla paga il pianto del bambino
a cui fugge il pallone tra le case.
Eugenio Montale
(da "Ossi di seppia", 1928)
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giovedì 6 ottobre 2011
La conosci via Carnelutti?

La conosci via Carnelutti?
La strada iniziava dove finiva la città. Pedalavo senza fretta su un rettilineo facile, lattine arrugginite e buste di plastica ai lati. Davanti a me scheletri di gru sospesi nel vuoto. Era la prima volta che finivo da quelle parti.
Il messaggio diceva: Domani puoi tenere il bimbo? Ci hanno anticipato lo spettacolo e dobbiamo finire le prove. E’ urgente, puoi venire da noi? Se avessi dovuto pensare a un quartiere per Giulia e Nino, quel posto l’avrei scartato subito.
Non una buca, né un sampietrino. Dal cartellone pubblicitario un plastico sorrideva al quartiere del 2015, palazzi uguali con piccoli cerchi di verde scuro, come corone di spine.“Pisanova: uno sguardo verso il futuro”. I nomi, pensavo. I nomi non sono mai scelti a caso, c’è sempre una logica. Il più delle volte è banale. E per questo spietata. Pisanova. Pisa Nuova. Smisi di pedalare, le ruote scivolavano sull’asfalto petrolio. Restavano gli ultimi cento metri, solita marcia inserita e la mente ormai vuota. Mi resi conto che Pisanova era la cosa più lontana dalla mia idea del nuovo. E per un attimo mi sembrò di avere tutto il tempo per arrivare in ritardo.
Luce che rimbalza sulle vetrate. A vederli di fianco, l’uno accanto all’altro, mi ricordavano una spiaggia dell’oceano, con il mare aperto e l’orizzonte troppo lontano. Casermoni bianchi in fila, balene arenate fra laterizi. Sul citofono soltanto il cognome di lei.
- Dorme.
- Dorme?
- Si, abbiamo provato a tenerlo sveglio. Ma è crollato.
- Ah.
- Vieni, puoi stare in cucina.
Giulia aspettava. Lasciò che il battito del metronomo mi venisse incontro, come lo scodinzolio di un cane. Su un tavolino al centro della sala il pendolo oscillava e senza rendermene conto regolai il fiatone sui 60 battiti al minuto. La stanza era gialla. Le librerie partivano dal pavimento e toccavano il soffitto, alcuni libri di traverso, incastrati. Odore di legno e tabacco.
Due ragazze stavano attorno a un tavolo, arrotolando le gambe mentre le dita sottili tamburellavano. Si girarono nello stesso momento. La pelle tesa sotto gli zigomi, non un filo di trucco. Una si passava continuamente la mano sul pantalone, come se lo stesse stirando. Salutai Nino che riprese la penna scivolata a terra come un pezzo mancante della propria anatomia e iniziò a leggere i suoi appunti sottovoce, muovendo a mo’di bacchetta d’orchestra quella Bic nera tutta mangiucchiata. Nell’aria frusciavano gli attacchi e le pause del pezzo. Giulia lo fissava seria trattenendo l’aria e il naso diventava sempre più simile a una freccia di ossa e carne rivolta verso il basso, finché un colpo di tosse non le grattò la gola. Gli occhi di Nino che si posano sulle giovani donne rannicchiate come bambine. Giulia disse: - Noi iniziamo, tu, se vuoi, fatti un caffè. Era il segnale. Dovevo andarmene e lasciarli provare.
Non c’erano porte interne. Qualcosa di fluido, quasi un’intuizione geometrica immaginarsi il resto della casa. L’atrio aperto lasciava intravedere uno spigolo ciliegia. Forse la cucina. Dall’intonaco rosso spuntava una palma, dipinta a mano, con foglie larghe che si allungavano fino a prendere tutta la parete. Mi feci spazio fra le tazze della colazione e gli avanzi della cena lasciando scorrere l’acqua prima di riempire nuovamente la caffettiera. Nino iniziò a leggere con una voce che non gli avevo mai sentito prima. Profonda, baritonale.
….
L’occhio si dice ch’è la prima porta per la qual l’intelletto intende e gusta:
la seconda è l’udir con voce scorta,
che fa la mente nostra esser robusta.
La veranda è aperta e non si vede nessuno camminare per strada. Tommaso dorme, proprio non ne vuole sapere di aprire gli occhi. Lo sorveglio a vista, ho paura di non sentire il pianto. Di là il metronomo è una mitraglia che trapassa ad uno ad uno i pensieri. Gli sono passata accanto un attimo fa, li ho quasi sfiorati e ho scoperto di esser diventata invisibile. Non c’entro con quella storia che raccontano, forse è questo il punto. Allora mi metto a spiarli dal cono d’ombra della camera da letto. Mi tolgo le scarpe e scivolo sul letto accanto al bambino. Qualcosa luccica fra le pieghe tenere del collo: è una collana con piccole pietre di giada. Penso ai denti, a quei punteruoli nella carne e mi sembra proprio una tortura attrezzarsi alla vita.
Nel Genesis la santa Bibbia narra
come Dio volse provar l’ubidienza
del patriarca Abram, sposo di Sara,
e per un agnol gli parlò in presenza.
Allor Abram gli sua orecchi sbarra,
inginocchiato con gran reverenza,
avendo il suo disio tutto disposto
di voler far quanto gli fosse imposto.
Un urlo. Un urlo mi fa sobbalzare come qualcuno che all’improvviso mi strattona. In un silenzio che si taglia a fette loro sono immobili, esattamente come li ho lasciati. Non c’è traccia dell’urlo. Ma io lo sento nell’aria, lo annuso. E’ la stanza che sta per esplodere.
Iddio disse: “Togli il tuo figliuolo unigenito Isac, il qual tu ami, di lui fammi sacrificio,
cammina per la selva aspra e deserta
fammi sol del tuo figliolo offerta”.
Nino nomina quella parola e Giulia diventa una maschera di dolore. Sacrificio. Due rughe partono spedite dalla fronte, vanno a graffiare le guance con un solco obliquo e profondo. Spietato come la storia che raccontano. La bocca spalancata resta muta per alleggerire il peso di quella parola. Non più un suono eppure io lo vedo l’urlo di Sara. Il gesto estremo di sputare in un fiato solo tutta l’angoscia di madre.
Già son tre giorni che andaron via
nel cor mi sento battere un martello;
e ‘l lor partirsi senza farmi motto
m’ha di dolor la mente e ‘l corpo rotto.
O patriarca Abram, signor mio caro,
o dolce Isaac mio, più non vi veggio:
il riso m’è tornato in pianto amaro,
e, come donna, vo cercando il peggio.
Tommaso si sveglia come per rispondere al richiamo della voce materna. Ha occhi liquidi ancora assonnati. Andiamo in su e in giù, dalla camera da letto al bagno, in quel corridoio stretto. Non posso fare a meno di osservarli.
Le ragazze ora si muovono. Posano dei libri sul tavolo, a turno. Le braccia eseguono movimenti esatti, procedendo a scatti. La prima appoggia un libro al centro. La seconda ne mette sopra un altro. Di nuovo la prima, poi ancora la seconda. Una, due, tre, quattro volte. L’una dopo l’altra. Costruiscono una pila di libri. Con lo stesso ritmo poi la disfano. Il senso sottile mi sfugge. Cammino allora più lentamente, cullando Tommaso con sobbalzi veloci. Il metronomo dà il tempo, continuano a impilare libri come gradini di una scala. Conto sei torri. Alla settima Giulia apre un libro sulla cima e una figura di carta si alza dalle pagine bianche. L’ombra di un pastore sulla parete, netta e scura nella lucentezza ambrata del mattino. Dura il tempo del corridoio. Nino legge con la sua Bic nera che volteggia nell’aria e io seguo incantata parole e disegni danzare a ritmo di quattro quarti.
Inizia a spazientirsi. Prendo un giochino, provo a muoverlo. Nulla. Non funziona, è furbo. Intanto buoi, alberi, angeli si aprono come origami e restano in equilibrio nei miei occhi. Provo a mimare le piccole scosse del passeggino. Tommaso mugola appena, impotente, pronto a strillare. Andiamo avanti così, io e il bambino e loro, con queste attività parallele a pochi metri gli uni dagli altri, finché non capisco.
….
Più volte ho ripensato a quelle torri di libri, al loro movimento come a un eterno ritorno. Al tempo di una storia in cui volevo entrare in punta di piedi. Ho sperato che Tommaso trattenesse il pianto fino alla fine. Ma l’ultima cosa è stata il Monte Moriah con l’ombra di Abramo che faceva strada a Isacco nella salita. Quando una delle ragazze ha disteso il collo sulla pila di libri, cippo sacrificale, il bambino ha iniziato a urlare. Mi sono infilata di corsa il marsupio e sono cosa giù per le scale inseguita da battiti metallici che diventavano sempre più flebili.
Alle tredici le due ragazze non c’erano più. Tutto era in ordine. Le ombre sulla parete erano svanite. Il metronomo continuava a ticchettarmi nella testa. Via Carnelutti con il sole di mezzogiorno appariva ancora più desolata e l’odore di asfalto bruciato si appiccicava alle ruote.
Quella via non apparteneva a chi l’aveva progettata. Pisanova era di chi abitava i casermoni squadrati, di chi colorava le pareti, toglieva le porte. L’idea che il teatro vivesse lì, fra catrame e acciaio, mi rendeva elettrica. Solo al ritorno mi accorsi che ai lati della strada si ostinavano dei ciuffi radi, fra lattine arrugginite e buste di plastica. A Pisa Nuova la gramigna resisteva.
giovedì 22 settembre 2011
Domenica mattina!

Campane a festa.
La ragazza se ne stava immobile alla finestra, con un gioco di leve modellava le ginocchia poggiando tutto il peso su due triangoli rosa. Le pareva di galleggiare, in trance, senza pensieri. Era sveglia solo da pochi minuti. Il sole filtrava dalla tenda di lino e superava le linee del corpo. Una strana rifrazione. Legno, vetro, paura. Onde luminose si scomponevano in colori. La sagoma inarcò la schiena, stiracchiò i muscoli ancora addormentati. Oltre il limite dei boschi strisce di nubi stavano l’una accanto all’altra, come fili di lana.
Domenica mattina. Ciocca di capelli sugli occhi. La mano che la ricompone sembra scacciare altre immagini, indugia sulla fronte. Accorrono i rumori della casa, l’acqua corrente, il tempo sull’orologio, l’eco dei passi di chi scende le scale. Qualcuno dice: Sei al sicuro!
La ragazza socchiuse gli occhi. Il chiarore del mattino era dappertutto.
Quasi tre anni fa. Un tempo infinito.
Accadde nel riverbero di un autunno. L’annuncio giusto lo trovò su un foglio a quadretti. Della bacheca universitaria restava un piano inclinato di sughero sotto un pergolato alluminio. Lì stavano poche righe ed un numero di telefono. Nulla di professionale. Ottimo, non ci sarà da pagare l’agenzia, fu la prima cosa che pensò. Strappò il foglietto e lo piegò con dita ad artiglio. Alle cinque del pomeriggio un signore brizzolato con un cappotto verde l’aspettava al civico numero 9 di Piazza Alimonda. Salirono lenti quattro piani di scale. I gradini alti e sbeccati sembravano incavati in un blocco unico di pietra serena. Nessuna parola, soltanto il fiatone del proprietario che diventava sempre più preoccupante. Le finestre del bilocale erano chiuse da mesi, forse anni, e quando la porta si aprì, un odore pungente di chiuso li avvolse. L’uomo si affrettò a spalancare le persiane. La luce aggredì i muri. Le ombre delle betulle si precipitarono sulle pareti. C’erano miliardi di piccolissimi alveoli che scoppiettavano di aria come botti d’artificio. Le sembrò che il diaframma della casa si dilatasse. Il proprietario parlava, lei andò verso la finestra. I lampioni brillavano e la piazza dall’alto era un grande occhio di bue dal cuore vermiglio.
Gli disse di si quel pomeriggio stesso. Nonostante fosse veramente piccolo l’appartamento. Nonostante quattro piani di scale a piedi. Oddio, troppo ripidi quei gradini! Nonostante lo scaldabagno che rabbrividiva in un interstizio del bagno mentre un rivolo di acqua sporca rigava le mattonelle. Non disse nulla quando il proprietario glielo mostrò ma la sua mente registrò un “oggetto non perfettamente funzionante”. Eppure c’era qualcosa di familiare nell’insieme. Non riusciva ad essere razionale. Qualsiasi cosa fosse: l’aveva travolta. Ne aveva viste tante di case quella settimana. Nessuna con quella luce. Il proprietario cercava di essere convincente, forse pensava alla fatica della salita, al fiatone che poteva spezzarsi la prossima volta. E poi voleva concludere l’affare. Sapeva di affittare a caro prezzo. – Ma, signorina, capirà, lei non deve sottovalutare la posizione, così centrale. Allo stesso tempo questo appartamento è estremamente silenzioso. Perché i rumori quassù arrivano con tutta calma.
Grazie del disturbo, ci penserò. Soltanto questo avrebbe dovuto dire. Cinque parole, al massimo due. Ma non lo fece. Pensarci addirittura. Rischiando che dalle sue dita scomparissero gli attimi di luce, le foglie degli alberi nella corrente leggera. La gioia primitiva della piazza dall’alto. Guardò fuori per cogliere sprazzi di cielo. E mentre le gocce di pioggia iniziavano a scurire i sampietrini un brivido di vita nuova le corse addosso. S’immaginò l’infinità dei suoi oggetti quotidiani, la loro ombra sui muri, il rumore dei piedi sul legno. Qui camminerò scalza sempre.
La casa prese velocemente la forma di un ricordo sospeso, come se già ci fosse una traccia di lei. Bastò per farla sbilanciare e firmò il contratto d’affitto di anni quattro più quattro nell’ipotesi in cui il locatore non comunichi al conduttore disdetta del contratto motivata. Lesse con occhi svelti parole che sapeva ormai a memoria muovendo impercettibilmente le labbra.
Il trasloco durò un giorno intero. La ragazza si portò dietro città grigie e morbose. Metropoli di successo le gravitavano attorno come satelliti pestilenziali. Inseguita da strepitii incessanti di vite frenetiche. Gradino dopo gradino, da una rampa all’altra, come sciami d’api. Furono necessari diversi mesi, giornate di silenzio e di luce per ridurre la baraonda dei pensieri a rumore di fondo. Per accorgersi che il grigio della pietra serena era di una sfumatura diversa rispetto al grigio che conosceva lei. Era quasi bello. Chissà cosa avrebbero pensato i suoi ex colleghi di quel bilocale nella piccola città vicino al fiume. Era arrivata al punto che non riusciva più a guardarli negli occhi. Sconfinata paura di riconoscersi fra orme di vite non ancora disperate.
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