Bambino,
se trovi l'aquilone della tua fantasia
legalo con l'intelligenza del cuore.
Vedrai sorgere giardini incantati
e tua madre diventerà una pianta
che ti coprirà con le sue foglie.
Fa delle tue mani due bianche colombe
che portino la pace ovunque
e l'ordine delle cose.
Ma prima di imparare a scrivere
guardati nell'acqua del sentimento.
Alda Merini
giovedì 5 maggio 2011
Bambino
lunedì 2 maggio 2011
A Goffredo Fofi.
"Collocarsi modestamente tra coloro che pensano alla vera gloria, che si conquista attraverso il ben fare, e che può efficacemente e senza problemi restare ignota ai più ("fa’ quel che devi, accada quel che può)".
Questo il consiglio di un maestro, Goffredo Fofi.
Che sia indispensabile la coscienza del "ben fare", imprescindibile "l'erudizione implacabile", che occorra un bagno di pudore per prender le distanze dalla cacofonica bolgia infernale di operatori sociali e culturali buoni soli a produrre grammelot rispettando le tempistiche aziendali, siamo tutti d'accordo.
Mi ronza in testa quell'esortazione, quel "Fa’ quel che devi, accada quel che può!”. La frase non mi piace, non riesco a confinarla nel suo soggetto logico - la gloria che può restare ignota -, lasciarla lì e lavarmene le mani. Mi apre mondi, e abissi. Mi immagino Goffredo Fofi dirmi: "Fa’ quel che devi, accada quel che può!” e divento paonazza di rabbia. Mi infastidisce, è un prurito fisico, un istinto incontrollabile di dita che tastano la pelle e trovano una pulcesucchiasangue e grattano via quel cattivo pensiero. Gestualità ingovernabile e violenta.
Lo rileggo ancora una volta, voglio essere sicura, forse è solo un'impressione frettolosa. Ci guardiamo, io e quella frase. Quel guanto in faccia, mentre stamattina bevevo il caffè e controllavo la lista delle cose da scrivere arretrate. Mi chiedo se non sia un discorso da saggi, il mondo non si cambia ragazza mia. Mio nonno fra una sbuffata e l'altra della pipa me lo ripete ogni volta che vado a trovarlo, come un disco rotto. Rotto, appunto. "Saggio" e "rotto" non vanno d'accordo. La somma fa sempre "vecchio". Che non è un'età anagrafica, è proprio un modo di essere.
Oppure è un inganno questa frase, mi balugina l'idea come uno schizzo di mare in faccia mentre sei accaldata sul bagnasciuga. Il messaggio in codice decriptato suona pressappoco così: “pauci sed electi”, tanto il mondo va come deve andare. Noi resistiamo perchè "ben facciamo". Perfetto. E a cosa serve il mio ben fare se il mondo va come deve andare, maestro? A stare nella mia torre d'avorio? E la torre d’avorio: non è poi un clan?
L'articolo mi piace, lo condivido. Eppure fiuto il pericolo. Non sto tranquilla. E devo scrivere.
Nel nostro esserci "incontrati" stamattina, io con il mio giornale aperto, lui con le sue riflessioni, abbiamo dato una funzione sociale a quell'articolo: la mattinata "non è andata come è andata". Aspetterò ormai il pomeriggio per recensire la mia amata Emma Dante. Il corso dei miei eventi non è più la scaletta da tabella di marcia segnata ieri sull'agenda. Quindi "Fa’ quel che devi, accada quel che può" sembrerebbe una contraddizione in essere, ed è quello che Fofi fuggiva, "il personale successo, il proprio benessere (anche di famiglia, anche di clan)". E stare tre o quattro in una soffitta per me è come stare in un clan.
La razionalizzo questa esortazione, la risvolto come un calzino, sottosopra, alla ricerca del buco, della falla, della mia via di fuga. E non c'è. Non c'è perchè è una dichiarazione programmatica di resa. Resa apparente, ma sempre di resa parliamo.
Io che, né vecchia né saggia, in tempi di morale debole sfodero tutto il coraggio di cui sono capace, a ciascuno il suo, per inseguire il mio ideale di arte, un'arte "etica" in senso forte, non riesco a stare buona nelle mie quattro mura. Che accada quel che accada! Non so voi, a me non basta la gloria clandestina della soffitta, per il semplice fatto che la mia vita non si strotolerà in soffitta fra le pagine di un quaderno scritto a lapis. Che utopia sottrarre l'arte al suo destino di merce! Il mercato, l'economia, le fluttazioni economiche ci caricano la sveglia ogni mattina, io le vedo misurare con lo spago il perimetro della stanza, tracciare rette sghembe sul mappamondo illuminato. E la sento quella lucina sempre più flebile che fa battere il cuore dei paesi disegnati sulla sfera, è sempre più affaticata, lascia sempre più zone in ombra, come una macchia d'olio. O di petrolio.
Eppure lo pretendo un riscatto dalla volgarità della massa. Sconvolgere l'uso e l'abuso e lo storpiamento e lo stupro della parola: si può. Si deve. Chi sente l'urgenza di dire deve continuare a colpire, deve trovare il punto dove chi ascolta è più debole, il loro tallone d'Achille, e poi, senza pietà. Far leva su quel grumo di umanità che ancora abbiamo. Questo, il mio esercizio per "restare umana": lo scricchiolio delle ossa della mano, quel mignolo che si tinge di inchiostro nero strusciato sulla cellulosa, quegli occhi rossi che si fanno sempre più piccoli dopo le tre di notte.
Trovare il punto debole, l'emozione che apre la strada, la forma che veicola il contenuto.
Successo, fama e soldi forse non saranno di questa vita ma la ricerca ostinata di persone che si fanno le mie stesse domande, la ricerca di appigli per riflettere e far riflettere, per sentirmi viva non può essere lasciata al caso. La caparbia ostinata maledetta convinzione che non deve accadere quel che può perchè io ho una responsabilità precisa e devo, devo come imperativo categorico, continuare a chiedermi: "perchè è andata così?", " poteva andare in un altro modo?","cosa potevo fare io?".
Il "pegno"da pagare per chi continua ad essere vivo in questo letame è una cambiale in più sul collo. E i piani di ammortamento per i giovani sono più infami. Hanno interessi da strozzino. Il montante della rendita può coincidere con la mia felicità, con i miei sogni. Accada quel che accada? Questa è la mia vita accidenti! Non è un compito da consegnare e dormire tranquilli la notte. Questa è una faccenda da togliere il sonno, caro maestro.
Mi racconto che "accada quel che accada" sia riferito solo alla fama di un intellettuale e alla sua bramosia di successo, alla vera gloria che può rimanere ignota ai più. Mi sto aggrappando con le unghie e con i denti all'analisi logica. Predicato verbale, complementi, istruzioni per l’uso insomma. Mi vedo scivolare, impantanarmi in: significato, significante, contesto, suggestioni, sconfinamenti. Mi tappo le orecchie, non mi voglio ascoltare. Ma un urlo mi esce. Ed è un urlo che mi tocca più degli altri e mi lacera:
"RINGIOVANIRLO QUESTO PAESE, DIOMIO!".
Cerco un punto fisso nell'orizzonte della mia finestra per distrarmi dal fetore di stantio.
Ma forse sono allergica alla polvere. Mi fa prurito.
(L'articolo per intero è su L'Unità: http://www.unita.it/commenti/goffredofofi/il-mondo-nelle-mani-br-dei-finti-intellettuali-1.288513)
domenica 1 maggio 2011
Ballata delle madri
Mi domando che madri avete avuto.
Se ora vi vedessero al lavoro
in un mondo a loro sconosciuto,
presi in un giro mai compiuto
d’esperienze così diverse dalle loro,
che sguardo avrebbero negli occhi?
Se fossero lì, mentre voi scrivete
il vostro pezzo, conformisti e barocchi,
o lo passate a redattori rotti
a ogni compromesso, capirebbero chi siete?
Madri vili, con nel viso il timore
antico, quello che come un male
deforma i lineamenti in un biancore
che li annebbia, li allontana dal cuore,
li chiude nel vecchio rifiuto morale.
Madri vili, poverine, preoccupate
che i figli conoscano la viltà
per chiedere un posto, per essere pratici,
per non offendere anime privilegiate,
per difendersi da ogni pietà.
Madri mediocri, che hanno imparato
con umiltà di bambine, di noi,
un unico, nudo significato,
con anime in cui il mondo è dannato
a non dare né dolore né gioia.
Madri mediocri, che non hanno avuto
per voi mai una parola d’amore,
se non d’un amore sordidamente muto
di bestia, e in esso v’hanno cresciuto,
impotenti ai reali richiami del cuore.
Madri servili, abituate da secoli
a chinare senza amore la testa,
a trasmettere al loro feto
l’antico, vergognoso segreto
d’accontentarsi dei resti della festa.
Madri servili, che vi hanno insegnato
come il servo può essere felice
odiando chi è, come lui, legato,
come può essere, tradendo, beato,
e sicuro, facendo ciò che non dice.
Madri feroci, intente a difendere
quel poco che, borghesi, possiedono,
la normalità e lo stipendio,
quasi con rabbia di chi si vendichi
o sia stretto da un assurdo assedio.
Madri feroci, che vi hanno detto:
Sopravvivete! Pensate a voi!
Non provate mai pietà o rispetto
per nessuno, covate nel petto
la vostra integrità di avvoltoi!
Ecco, vili, mediocri, servi,
feroci, le vostre povere madri!
Che non hanno vergogna a sapervi
– nel vostro odio – addirittura superbi,
se non è questa che una valle di lacrime.
È così che vi appartiene questo mondo:
fatti fratelli nelle opposte passioni,
o le patrie nemiche, dal rifiuto profondo
a essere diversi: a rispondere
del selvaggio dolore di esser uomini.
Pier Paolo Pasolini
Torture
Nulla è cambiato.
Il corpo prova dolore,
deve mangiare e respirare e dormire,
ha la pelle sottile, e subito sotto – sangue,
ha una buona scorta di denti e di unghie,
le ossa fragili, le giunture stirabili.
Nelle torture di tutto ciò si tiene conto.
Nulla è cambiato.
Il corpo trema, come tremava
prima e dopo la fondazione di Roma,
nel ventesimo secolo prima e dopo Cristo,
le torture c’erano e ci sono, solo la Terra è più piccola
e qualunque cosa accada, è come dietro la porta.
Nulla è cambiato.
C’è soltanto più gente,
alle vecchie colpe se ne sono aggiunte di nuove,
reali, fittizie, temporanee e inesistenti,
ma il grido con cui il corpo ne risponde
era, è e sarà un grido di innocenza,
secondo un registro e una scala eterni.
Nulla è cambiato.
Tranne forse i modi, le cerimonie, le danze.
Il gesto delle mani che proteggono il capo
è rimasto però lo stesso.
Il corpo si torce, si dimena e si divincola,
fiaccato cade, raggomitola le ginocchia,
illividisce, si gonfia, sbava e sanguina.
Nulla è cambiato.
Tranne il corso dei fiumi,
la linea dei boschi, del litorale, di deserti e ghiacciai.
Tra questi paesaggi l’anima vaga,
sparisce, ritorna, si avvicina, si allontana,
a se stessa estranea, inafferrabile,
ora certa, ora incerta della propria esistenza,
mentre il corpo c’è, e c’è, e c’è
e non trova riparo.
martedì 12 aprile 2011
L'àncora
È una stanza bianco panna, rettangolare, densa. Ha pareti gialline e azzurre per non far dimenticare la vita fuori, il sole che a sud rimbomba. La voce più forte è quella del televisore. Il volume è altissimo. Non so perché. Forse per coprire lo schiamazzo dei pensieri. O forse le lacrime di chi invece di farle parole le lascia scivolare via. Lacrime in libera uscita in questa stanza.
Ci sono tre letti qui. Il mio papà è steso sul primo vicino alla porta. È la prima volta che vedo letti fatti così. Plastica grigia dura senza spigoli, come quella dei seggioloni per neonati. Perché è così che ti riducono qui dentro. Hanno preso letti coerenti. Quelli che ho conosciuto io erano in alluminio lucido e febbrile, con sbarre severe. Letti di ospedale. O di manicomio.
Giorno dopo giorno le sbarre le ho viste farsi opache, coprirsi di grasso e paura, scottare di rabbia e speranza. Mani di tutte le età le hanno strette. Quelle sbarre sono state per me punti esclamativi in un pomeriggio d’estate qualsiasi, messi a casaccio nel bel mezzo di un discorso, fermi e imperturbabili. Sbarre senza senso, ovviamente.
Un altro infarto. Il quarto da luglio. Me l’hanno detto domenica mattina. Sabato io non mi sentivo bene. Ho finito di lavorare tardi, sono andata a casa, ho messo a bollire del latte per cena. Due cucchiaini di orzo tostato, li ho sciolti piano piano, girando delicatamente. Come volessi amalgamare i composti di una torta. Sono più di sei mesi che non faccio una torta, adesso è il tempo delle fragole, magari una crostata colorata. Poi mi sono messa a leggere, Tigro ronfava alla finestra fissando gli uccelli nel parco, guardando le ombre svelte inseguirsi sui tronchi. Nel cuore della notte, saranno state le tre, tre e mezza, mi sono svegliata. Avevo sulle palpebre le zampe di Tigro. Doveva essersi accorto dei miei incubi.
Alle otto mia madre ha chiamato. Ho preso il primo treno con Tigro che non ha miagolato mai. Mi ha tenuto gli occhi addosso per tutte le sei ore del viaggio, senza dormire mai, senza lasciarmi mai.
Ho notato un merlo nel parco di fronte casa. Sta un po’ in disparte, è solitario. Credo sia l’unico della sua specie fra quegli alberi. Osserva la folla di piccioni da lontano, li sta a guardare accalcarsi in dieci su una sola briciola. E salta via. Salterella con grazia, voli piccoli concentrici, è un guizzo nei miei occhi. Vorrei dar da mangiare solo a lui e non ai piccioni. È il primo uccello di cui non ho paura. Mi chiedo cosa stia facendo adesso mentre io sono qui. Gli ho scattato delle foto giorni fa. Devo trovare un libro sui merli, così, per saperne di più. Voglio essere preparata alla bellezza, voglio goderlo tutto quell’istante in cui il sole gli sbanda addosso. Si, è proprio bello. Chissà se ci sono piccoli merli come lui nei giardinetti di questo ospedale. Chissà come sembrerebbe questa stanza asettica con un piccolo merlo catrame lucente e una briciola di pane tutte per sè. Il nero non saprebbe più di lutto. Chissà se il dolore allenterebbe appena la presa.
Sono arrivati parenti amici conoscenti curiosi. Mi salutano. Poi ascoltano il copione che mio padre recita da due giorni con un filo di voce e la carezza degli occhi di mia madre.
- È successo di notte. L’autoambulanza non arrivava così mio figlio mi ha portato al Pronto Soccorso. L’ho riconosciuta subito la fitta, la morsa. Alla quarta volta lo sai da te cos’è quel senso di oppressione acuta. Mentre mi controllavano il livello degli enzimi è arrivato lui con l’autoambulanza. Ma io non l’ho riconosciuto.
A questo punto del discorso mio padre si ferma sempre. Attende che il coraggio ritorni e il fiato riaffiori. Chi lo ascolta pensa che forse dovrebbe dire qualcosa. Almeno per buona educazione. Qualcuno fa un verso strano con la bocca, un cenno del capo, come un diniego, tanti frugano nelle tasche cercando le meno banali fra tutte le parole banali che potrebbero dire. Altri osano subito, col piglio di chi ha la situazione in mano. Ma lui non li ascolta qualsiasi cosa essi facciano e prosegue.
- No, proprio non l’ho riconosciuto. Non potevo, capite? Ero steso sulla barella a fare i conti con il mio dolore. Non riuscivo a respirare, non riuscivo a muovermi, mi veniva da vomitare. Quel dolore.
Ora si ferma nuovamente e non è perchè il respiro gli manchi. Ma prende fiato lo stesso perché proprio adesso deve dirlo, non può più evitarlo. E nessuno parla. Facce vuote guardano l’uomo steso sul letto grigio che riprende a raccontare.
- Sono entrati di corsa in quattro, lui immobile sulla barella. Gli allarmi di quei congegni diabolici suonavano tutti, tutti insieme, come timer di una bomba ad orologeria. Mi hanno lasciato solo e sono corsi tutti intorno a lui. Passi, rumori: fretta. “Forza, forza, veloci!”, urlavano a trenta centimetri dal mio orecchio voci a cui non saprei dare un volto. Li ho sentiti preparare il defibrillatore. Qualcuno urlava di fare ancora più in fretta, forse il cardiologo. Poi la scarica, uno, due… I tonfi del suo corpo sul letto. Uno, due… Non so quanto sia durato quel bip che mi ha trapanato la mente. Quel bip che sento ancora e che ho creduto essere il mio. Eravamo nella stessa stanza. Un metro e mezzo di distanza.
Anni luce nella mia immaginazione.
(estratto)
martedì 5 aprile 2011
Tutti laureati voi giovani scrittori?
Che peccato. La rovente polemica sul romanzo, sui romanzieri, sui giovani narratori (gioie e dolori) sembra in via di esaurimento, ed io non ho fatto in tempo ad intervenire. E pensare che ci tenevo tanto. Nell' attesa che riprenda - è previsto per i giorni di Pasqua - rivelerò cosa mi ha trattenuto. Ogni volta che stavo per farlo, arrivava - fastidiosissimo - un pensierino. Il ricordo di quel tragicomico "Processo del lunedì" in cui Vittorio Cecchi Gori, vicepresidente della squadra di calcio della Fiorentina, per difendersi dalle accuse dei giornalisti sportivi, pronunciò la storica frase: "Io sono laureato". VA A CAPIRE perché mi torna in mente. Va a capire. Intanto mi capita di guardare "Forum", la rubrica quotidiana di Rita Dalla Chiesa con il giudice Santi Licheri. Che amministra la giustizia sotto l' albero. Ogni giorno alle 13,35 su Canale 5. L' amministra alla buona. Risolvendo litigi e controversie sulla base del diritto non disgiunto dal buon senso. L' altro giorno aveva di fronte il caso di due signore non giovanissime e non particolarmente amiche. Solo conoscenti. Una di loro due, la casalinga Giuseppina, ha comprato dall' altra - Annalena, che fa la sarta - un cane. L' ha pagato trecentomila lire. Questo cane, però non ci vuol stare, nella nuova famiglia. Appena può scappa, per tornare nella vecchia casa. Che ci faccio di questo cane che non ricambia l' affetto mio e dei miei familiari? Dice la sfortunata acquirente. Questo cane che coglie ogni occasione per tornare di corsa dalla sua vecchia padrona? Se lo riprenda. Mi ridia però le mie trecentomila lire. NEMMENO PER IDEA risponde la signora Annalena. Se il cane non ci vuol restare nella nuova casa, vuol dire che non gli vogliono bene. Dicono che scappa e torna da me. Non ci credo. E se fossero loro a riportarlo di soppiatto, nottetempo? Come fa ad arrivarci da solo? Fra le nostre due case ci sono trenta chilometri... Dopo congruo dibattimento, al quale hanno preso parte anche gli allievi di una V Liceo Scientifico; dopo regolare escussione dei testimoni, il giudice Licheri ha chiuso il suo arbitrato nel modo più salomonico. La vecchia padrona si riprenda il suo cane. Ma non è obbligata a restituire le trecentomila lire. SONO PICCOLE STORIE di tribunale. Vicende minime. "Minima iudiciaria". Però anche "minima moralia". Chissà quante commedie, quanti drammi dietro la faccia di quella signora che ha comprato il cane e adesso non lo vuole più. Chissà quali commedie, quali drammi dietro la faccia dell' altra signora che l' ha cresciuto, venduto e adesso non lo vuole più riprendere. Quanto pathos. Quale groviglio di tensioni personali, familiari. Da una semplice vicenda umana come questa, Cecov avrebbe ben saputo trarre uno dei suoi racconti. I nostri giovani scrittori (si considerano giovani gli scrittori dai diciotto ai settant' anni) non riescono a fare altrettanto. Così almeno si dice in giro. Così si lamenta. Questa era la sostanza della polemica. Ha scritto Filippo La Porta sul "manifesto" del 26 settembre 1992: "Quello che manca è una attendibile e minuziosa rappresentazione della normalità, della umanità media, della gente comune, invisibile e indecifrabile". SONO CONVINTO INVECE che saprebbero farlo benissimo: quasi quanto Cecov. Perché allora non si decidono? Perché queste vicende non le conoscono, non le incontrano. L' organizzazione della nostra vita moderna, metropolitana è tale - non ci sono le piazze, non c' è il lavatoio pubblico, non c' è più la fontana comunale - che queste cose tendono ad accadere, ad emergere proprio in televisione. E loro questa televisione - per carità - non la vedono. Spero non sia perché pensano che queste storie di vita televisive sono artefatte. Recitate secondo un copione. Non possono ragionevolmente pensarlo. Se ci fosse dietro le quinte della televisione qualcuno capace di inventare simili storie, di inventare simili personaggi, avremmo il nostro Cecov, il nostro Balzac. Ce ne saremmo accorti da tempo. Spero non sia perché pensano che quelle persone, ancorché vere, una volta poste sotto l' occhio della televisione fingono, si atteggiano. Non possono ragionevolmente pensarlo. Non perché non sia probabile (certo, si atteggiano) ma perché non ha importanza. Si sa che l' occhio dell' osservatore - si tratti dello psicanalista, si tratti del commissario di polizia - influenza l' oggetto (il soggetto) osservato. E CON CIO' ? Rinunceremo per questo, se siamo scrittori, a buttarci avidamente sulla trascrizione di una seduta analitica, su un verbale di Commissariato? No, la ragione è un' altra. Nobile, ma non so quanto onorevole. E' che il giovane scrittore nutre - fra i diciotto e i settant' anni - un fiero dispregio. Me lo immagino, mentre mi apostrofa. Come si permette, Lei? Io, proprio io, dovrei sciropparmi quella televisione per casalinghe? Ma lo sa Lei, lo sa che IO SONO LAUREATO?
Ecco perché mi tornava in mente la risposta di Cecchi Gori. Non mi resta che augurare al giovane scrittore di tenersela, quella laurea. Di farla incorniciare, al più presto.
- di BENIAMINO PLACIDO
lunedì 4 aprile 2011
Gaspare
Aveva del tempo un’idea particolare. Non gli interessava il tempo da contare, non gli piaceva ingannarlo. Lo accoglieva senza troppe domande, annaffiandolo di sole e mormorii. Durava la lunghezza delle parole. Quando il tramonto increspava i vetri alla finestra una cordicella ostinata lo tirava giù incastrandolo nel ticchettio dei passi, nelle lancette dell’orologio di suo padre.
Il pomeriggio lo aspettava in soggiorno e la casa tutta si stringeva in quella stanza, dove la vita ridotta ai minimi termini fluiva fra le pile di giornali ingialliti, i ritagli di legno abbronzato sugli scaffali, pudichi spazi colorati come certi centimetri di pelle rosa rubati. Saltavi a gambe larghe tra segnalibri di prestiti mai restituiti, vedevi linee improbabili che lo univano al resto del mondo. Per ore in apnea nella luce del salotto. Andavi via al tramonto, nella testa una voce saliva. Come avevi fatto a non scoprirla prima quella sensazione.
"Troppo presto" hanno detto tanti. Gaspare scivolò via quando bisognava farlo. Senza rumore, dondolando appena nella luce chiara della polvere.
(estratto)
lunedì 14 marzo 2011
La ginestra.
- Καὶ ἠγάπησαν οἱ ἄνθρωποι μᾶλλον τὸ σκότος ἢ τὸ φῶς
E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce. - Giovanni, III, 19
Qui su l’arida schiena
Del formidabil monte
Sterminator Vesevo,
La qual null’altro allegra arbor né fiore,
Tuoi cespi solitari intorno spargi,
Odorata ginestra,
Contenta dei deserti. Anco ti vidi
De’ tuoi steli abbellir l’erme contrade
Che cingon la cittade
La qual fu donna de’ mortali un tempo,
E del perduto impero
Par che col grave e taciturno aspetto
Faccian fede e ricordo al passeggero.
Or ti riveggo in questo suol, di tristi
Lochi e dal mondo abbandonati amante,
E d’afflitte fortune ognor compagna.
Questi campi cosparsi
Di ceneri infeconde, e ricoperti
Dell’impietrata lava,
Che sotto i passi al peregrin risona;
Dove s’annida e si contorce al sole
La serpe, e dove al noto
Cavernoso covil torna il coniglio;
Fur liete ville e colti,
E biondeggiàr di spiche, e risonaro
Di muggito d’armenti;
Fur giardini e palagi,
Agli ozi de’ potenti
Gradito ospizio; e fur città famose
Che coi torrenti suoi l’altero monte
Dall’ignea bocca fulminando oppresse
Con gli abitanti insieme. Or tutto intorno
Una ruina involve,
Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi
I danni altrui commiserando, al cielo
Di dolcissimo odor mandi un profumo,
Che il deserto consola. A queste piagge
Venga colui che d’esaltar con lode
Il nostro stato ha in uso, e vegga quanto
È il gener nostro in cura
All’amante natura. E la possanza
Qui con giusta misura
Anco estimar potrà dell’uman seme,
Cui la dura nutrice, ov’ei men teme,
Con lieve moto in un momento annulla
In parte, e può con moti
Poco men lievi ancor subitamente
Annichilare in tutto.
Dipinte in queste rive
Son dell’umana gente
Le magnifiche sorti e progressive.
mercoledì 9 febbraio 2011
Ho avuto una visione straordinaria.
“Ho avuto una visione straordinaria. Ho fatto un sogno che nessun cervello umano riuscirebbe a spiegare. E c'è da far la figura del somaro soltanto a provarcisi. Mi pareva d'esser... nessuno può dire che cosa. Mi pareva d'essere... e mi pareva d'avere... ”.
Un sogno così divertente poche volte viene sognato. Quando accade, il miracolo del teatro si realizza. La scena davanti a noi è una scatola vuota. Ha tre pareti bianche e insonni. Lavagne di fogli mobili, appuntati con mollette fermacarte in alto. Assomigliano a delle lenzuola stese; il palco è una piccola nicchia, uno spazio libero. Non servono i marchingegni mirabolanti né gli sfarzosi apparati scenici dell’epoca vittoriana, a Cecchi basta la forza dirompente della giovinezza che inizia a giocare con il teatro, per far funzionare alla perfezione un congegno teatrale di stupefacente maestria. E’ infatti solo di questa preziosissima materia che il regista si serve per dar vita al Sogno. Ci accompagna la cadenza di un respiro che Nicola Piovani traduce in note, il sottofondo musicale di una pianola, una batteria, una chitarra e del flauto di Puk. Sono gli attori stessi a suonare sul palco, alternandosi agilmente. Così sfumano i contorni dello spazio in melodie incantate.
Nata come saggio finale per gli allievi dell’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, la pièce vive di vita propria, assumendo l’autonomia e i connotati di un vero spettacolo teatrale itinerante, un’opera compiuta. Ma nulla è come sembra. La mano del maestro è sapiente, la sua visione potente. Ogni equilibrio della scena è spostato e i nostri punti di riferimento incerti. Forse alla fine scopriremo di aver sognato noi un saggio scolastico. E saremo confusi come Lisandro e Demetrio, storditi più di Elena ed Ernia.
La forza centripeta del sogno shakespeariano è tale da attirare nel gioco pirotecnico anche il regista, che diventa a sua volta attore. D’altronde, conoscendo Carlo Cecchi, non poteva finire altrimenti. Il Sogno è una vera commedia degli equivoci legata a doppio filo con la Bottega di Eduardo, la lingua teatrale parla il napoletano universale, l’inglese elisabettiano del Bardo, il pugliese stretto di Nick Bottom. Si sente tutta la formazione partenopea di Cecchi, la lezione del regista Peter Brook che nel 1971 fece scuola.
Scenografia ridotta ai minimi termini, costumi ripensati di plastica colorata, una ricerca dei materiali che ha lavorato di sottrazione, scarnificando per cogliere l’essenza. Così una volgarissima plastica riciclata diventa quanto di più bello possa esserci per dare vita alle ali delle fate danzatrici, per colorare i mantelli di Teseo/Oberon e Ippolita/Titania. Sembra un gioco di altri tempi, quando era la fantasia a muovere tutto e a creare il mondo dal nulla. Fate, folletti, elfi, danno vita ad un incantevole gioco. E il talento di questi giovani è materia duttile, vivo slancio di entusiasmo, pieno godimento della scena.
La ricchezza simbolica della notte fra il 23 e il 24 giugno, il risveglio pagano della Natura, gli spunti delle Metamorfosi di Ovidio con Piramo e Tisbe, il rimando all’Asino d’Oro di Apuleio, confusi e impastati nel metateatro di Cecchi creano sulla scena un pastiche sorprendente in cui le tre storie si sfiorano, si intrecciano, si ingarbugliano e si disfano davanti ai nostri occhi dimentichi del tempo. Quello che colpisce è il talento di questi ragazzi, la capacità di improvvisare intermezzi comici, di seguire il Maestro nel suo ritmico e divertito incespicare.
Si esce lievi, fiduciosi nella meraviglia del teatro. Spettatori sorridenti di un patto generazionale risolto, in cui l’esperienza e l’acume di uno dei più grandi maestri del teatro italiano strizzano l’occhio all’intuizione della giovinezza. Fuori ci aspettano tempi tristi in cui i padri lasciano solo debiti infiniti in eredità ai figli, allora riempie il cuore sognare generazioni abbracciate in una notte d’estate.
Autore: William Shakespeare
Regia: Carlo Cecchi
Genere: commedia
Compagnia/Produzione: Teatro Stabile delle Marche
Cast: con Carlo Cecchi, Valentina Rosati, Gabriele Portoghese, Davide Giordano, Sofia Pulvirenti, Barbara Ronchi, Cecilia Zingaro, Federico Brugnone, Valentina Ruggeri, Simone Lijoi, Silvia D’Amico, Enoch Marrella, Luca Marinelli, Lucas Waldem Zanforlini, Nicola Sorrenti, Luca Romani
F.O.
domenica 6 febbraio 2011
La notte di nozze
Appena la porta si schiuse, la stanza sputò fuori l’ombra e Maria riprese a respirare. Impercettibilmente scostò la tenda dalla finestra. Il mattino era già alto. Fece per proteggersi il viso con la mano, ma un raggio sfondò le traiettorie dei mobili, spellò i centimetri del soffitto scorticando intonaco. Fu allora che il chiasso impietoso della luce inchiodò alla carne bianchissima il rivolo di sangue che sgusciava fra le gambe. Sentì il dolore come una cosa viva. Un conato di vomito montava dentro. Sottili e insistenti le dita presero a tamponare la ferita con il lenzuolo.
Sottovoce. Diomio ancora mormorava. Lasciò cadere la mano a peso morto. Esausta. Il ventre contratto era una fuliggine di livide efelidi. Sentiva i ganci del reggiseno slacciato morderle le scapole magre, il cuore scoppiare. Rovesciò la testa all’indietro e chiuse gli occhi. Per un attimo, un attimo soltanto, non sentire nulla. Nessuna voce, nessun disgusto.
Nella stanza accanto l’acqua scrosciava forte, schizzava e rimbalzava dal bocchettone della doccia. Si sentivano le tubature scricchiolare sotto il peso della pressione. Quel sibilo metallico era un brivido freddo lungo la schiena. La prima notte di nozze era passata, si rincuorò a mezzavoce.
(estratto)
giovedì 27 gennaio 2011
Prima di tutto vennero a prendere gli zingari - Brecht 1932
e fui contento, perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali,
e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti,
ed io non dissi niente, perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me,
e non c'era rimasto nessuno a protestare
martedì 11 gennaio 2011
Non chiederci la parola...
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.
Ah l'uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti:
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
Eugenio Montale