giovedì 6 ottobre 2011

La conosci via Carnelutti?


La conosci via Carnelutti?

La strada iniziava dove finiva la città. Pedalavo senza fretta su un rettilineo facile, lattine arrugginite e buste di plastica ai lati. Davanti a me scheletri di gru sospesi nel vuoto. Era la prima volta che finivo da quelle parti.

Il messaggio diceva: Domani puoi tenere il bimbo? Ci hanno anticipato lo spettacolo e dobbiamo finire le prove. E’ urgente, puoi venire da noi? Se avessi dovuto pensare a un quartiere per Giulia e Nino, quel posto l’avrei scartato subito.

Non una buca, né un sampietrino. Dal cartellone pubblicitario un plastico sorrideva al quartiere del 2015, palazzi uguali con piccoli cerchi di verde scuro, come corone di spine.“Pisanova: uno sguardo verso il futuro”. I nomi, pensavo. I nomi non sono mai scelti a caso, c’è sempre una logica. Il più delle volte è banale. E per questo spietata. Pisanova. Pisa Nuova. Smisi di pedalare, le ruote scivolavano sull’asfalto petrolio. Restavano gli ultimi cento metri, solita marcia inserita e la mente ormai vuota. Mi resi conto che Pisanova era la cosa più lontana dalla mia idea del nuovo. E per un attimo mi sembrò di avere tutto il tempo per arrivare in ritardo.

Luce che rimbalza sulle vetrate. A vederli di fianco, l’uno accanto all’altro, mi ricordavano una spiaggia dell’oceano, con il mare aperto e l’orizzonte troppo lontano. Casermoni bianchi in fila, balene arenate fra laterizi. Sul citofono soltanto il cognome di lei.


- Dorme.

- Dorme?

- Si, abbiamo provato a tenerlo sveglio. Ma è crollato.

- Ah.

- Vieni, puoi stare in cucina.


Giulia aspettava. Lasciò che il battito del metronomo mi venisse incontro, come lo scodinzolio di un cane. Su un tavolino al centro della sala il pendolo oscillava e senza rendermene conto regolai il fiatone sui 60 battiti al minuto. La stanza era gialla. Le librerie partivano dal pavimento e toccavano il soffitto, alcuni libri di traverso, incastrati. Odore di legno e tabacco.

Due ragazze stavano attorno a un tavolo, arrotolando le gambe mentre le dita sottili tamburellavano. Si girarono nello stesso momento. La pelle tesa sotto gli zigomi, non un filo di trucco. Una si passava continuamente la mano sul pantalone, come se lo stesse stirando. Salutai Nino che riprese la penna scivolata a terra come un pezzo mancante della propria anatomia e iniziò a leggere i suoi appunti sottovoce, muovendo a mo’di bacchetta d’orchestra quella Bic nera tutta mangiucchiata. Nell’aria frusciavano gli attacchi e le pause del pezzo. Giulia lo fissava seria trattenendo l’aria e il naso diventava sempre più simile a una freccia di ossa e carne rivolta verso il basso, finché un colpo di tosse non le grattò la gola. Gli occhi di Nino che si posano sulle giovani donne rannicchiate come bambine. Giulia disse: - Noi iniziamo, tu, se vuoi, fatti un caffè. Era il segnale. Dovevo andarmene e lasciarli provare.

Non c’erano porte interne. Qualcosa di fluido, quasi un’intuizione geometrica immaginarsi il resto della casa. L’atrio aperto lasciava intravedere uno spigolo ciliegia. Forse la cucina. Dall’intonaco rosso spuntava una palma, dipinta a mano, con foglie larghe che si allungavano fino a prendere tutta la parete. Mi feci spazio fra le tazze della colazione e gli avanzi della cena lasciando scorrere l’acqua prima di riempire nuovamente la caffettiera. Nino iniziò a leggere con una voce che non gli avevo mai sentito prima. Profonda, baritonale.

….


L’occhio si dice ch’è la prima porta per la qual l’intelletto intende e gusta:

la seconda è l’udir con voce scorta,

che fa la mente nostra esser robusta.


La veranda è aperta e non si vede nessuno camminare per strada. Tommaso dorme, proprio non ne vuole sapere di aprire gli occhi. Lo sorveglio a vista, ho paura di non sentire il pianto. Di là il metronomo è una mitraglia che trapassa ad uno ad uno i pensieri. Gli sono passata accanto un attimo fa, li ho quasi sfiorati e ho scoperto di esser diventata invisibile. Non c’entro con quella storia che raccontano, forse è questo il punto. Allora mi metto a spiarli dal cono d’ombra della camera da letto. Mi tolgo le scarpe e scivolo sul letto accanto al bambino. Qualcosa luccica fra le pieghe tenere del collo: è una collana con piccole pietre di giada. Penso ai denti, a quei punteruoli nella carne e mi sembra proprio una tortura attrezzarsi alla vita.


Nel Genesis la santa Bibbia narra

come Dio volse provar l’ubidienza

del patriarca Abram, sposo di Sara,

e per un agnol gli parlò in presenza.

Allor Abram gli sua orecchi sbarra,

inginocchiato con gran reverenza,

avendo il suo disio tutto disposto

di voler far quanto gli fosse imposto.


Un urlo. Un urlo mi fa sobbalzare come qualcuno che all’improvviso mi strattona. In un silenzio che si taglia a fette loro sono immobili, esattamente come li ho lasciati. Non c’è traccia dell’urlo. Ma io lo sento nell’aria, lo annuso. E’ la stanza che sta per esplodere.


Iddio disse: “Togli il tuo figliuolo unigenito Isac, il qual tu ami, di lui fammi sacrificio,

cammina per la selva aspra e deserta

fammi sol del tuo figliolo offerta”.


Nino nomina quella parola e Giulia diventa una maschera di dolore. Sacrificio. Due rughe partono spedite dalla fronte, vanno a graffiare le guance con un solco obliquo e profondo. Spietato come la storia che raccontano. La bocca spalancata resta muta per alleggerire il peso di quella parola. Non più un suono eppure io lo vedo l’urlo di Sara. Il gesto estremo di sputare in un fiato solo tutta l’angoscia di madre.


Già son tre giorni che andaron via

nel cor mi sento battere un martello;

e ‘l lor partirsi senza farmi motto

m’ha di dolor la mente e ‘l corpo rotto.

O patriarca Abram, signor mio caro,

o dolce Isaac mio, più non vi veggio:

il riso m’è tornato in pianto amaro,

e, come donna, vo cercando il peggio.


Tommaso si sveglia come per rispondere al richiamo della voce materna. Ha occhi liquidi ancora assonnati. Andiamo in su e in giù, dalla camera da letto al bagno, in quel corridoio stretto. Non posso fare a meno di osservarli.

Le ragazze ora si muovono. Posano dei libri sul tavolo, a turno. Le braccia eseguono movimenti esatti, procedendo a scatti. La prima appoggia un libro al centro. La seconda ne mette sopra un altro. Di nuovo la prima, poi ancora la seconda. Una, due, tre, quattro volte. L’una dopo l’altra. Costruiscono una pila di libri. Con lo stesso ritmo poi la disfano. Il senso sottile mi sfugge. Cammino allora più lentamente, cullando Tommaso con sobbalzi veloci. Il metronomo dà il tempo, continuano a impilare libri come gradini di una scala. Conto sei torri. Alla settima Giulia apre un libro sulla cima e una figura di carta si alza dalle pagine bianche. L’ombra di un pastore sulla parete, netta e scura nella lucentezza ambrata del mattino. Dura il tempo del corridoio. Nino legge con la sua Bic nera che volteggia nell’aria e io seguo incantata parole e disegni danzare a ritmo di quattro quarti.

Inizia a spazientirsi. Prendo un giochino, provo a muoverlo. Nulla. Non funziona, è furbo. Intanto buoi, alberi, angeli si aprono come origami e restano in equilibrio nei miei occhi. Provo a mimare le piccole scosse del passeggino. Tommaso mugola appena, impotente, pronto a strillare. Andiamo avanti così, io e il bambino e loro, con queste attività parallele a pochi metri gli uni dagli altri, finché non capisco.

….


Più volte ho ripensato a quelle torri di libri, al loro movimento come a un eterno ritorno. Al tempo di una storia in cui volevo entrare in punta di piedi. Ho sperato che Tommaso trattenesse il pianto fino alla fine. Ma l’ultima cosa è stata il Monte Moriah con l’ombra di Abramo che faceva strada a Isacco nella salita. Quando una delle ragazze ha disteso il collo sulla pila di libri, cippo sacrificale, il bambino ha iniziato a urlare. Mi sono infilata di corsa il marsupio e sono cosa giù per le scale inseguita da battiti metallici che diventavano sempre più flebili.

Alle tredici le due ragazze non c’erano più. Tutto era in ordine. Le ombre sulla parete erano svanite. Il metronomo continuava a ticchettarmi nella testa. Via Carnelutti con il sole di mezzogiorno appariva ancora più desolata e l’odore di asfalto bruciato si appiccicava alle ruote.

Quella via non apparteneva a chi l’aveva progettata. Pisanova era di chi abitava i casermoni squadrati, di chi colorava le pareti, toglieva le porte. L’idea che il teatro vivesse lì, fra catrame e acciaio, mi rendeva elettrica. Solo al ritorno mi accorsi che ai lati della strada si ostinavano dei ciuffi radi, fra lattine arrugginite e buste di plastica. A Pisa Nuova la gramigna resisteva.


giovedì 22 settembre 2011

Domenica mattina!


Campane a festa.

La ragazza se ne stava immobile alla finestra, con un gioco di leve modellava le ginocchia poggiando tutto il peso su due triangoli rosa. Le pareva di galleggiare, in trance, senza pensieri. Era sveglia solo da pochi minuti. Il sole filtrava dalla tenda di lino e superava le linee del corpo. Una strana rifrazione. Legno, vetro, paura. Onde luminose si scomponevano in colori. La sagoma inarcò la schiena, stiracchiò i muscoli ancora addormentati. Oltre il limite dei boschi strisce di nubi stavano l’una accanto all’altra, come fili di lana.

Domenica mattina. Ciocca di capelli sugli occhi. La mano che la ricompone sembra scacciare altre immagini, indugia sulla fronte. Accorrono i rumori della casa, l’acqua corrente, il tempo sull’orologio, l’eco dei passi di chi scende le scale. Qualcuno dice: Sei al sicuro!

La ragazza socchiuse gli occhi. Il chiarore del mattino era dappertutto.

Quasi tre anni fa. Un tempo infinito.

Accadde nel riverbero di un autunno. L’annuncio giusto lo trovò su un foglio a quadretti. Della bacheca universitaria restava un piano inclinato di sughero sotto un pergolato alluminio. Lì stavano poche righe ed un numero di telefono. Nulla di professionale. Ottimo, non ci sarà da pagare l’agenzia, fu la prima cosa che pensò. Strappò il foglietto e lo piegò con dita ad artiglio. Alle cinque del pomeriggio un signore brizzolato con un cappotto verde l’aspettava al civico numero 9 di Piazza Alimonda. Salirono lenti quattro piani di scale. I gradini alti e sbeccati sembravano incavati in un blocco unico di pietra serena. Nessuna parola, soltanto il fiatone del proprietario che diventava sempre più preoccupante. Le finestre del bilocale erano chiuse da mesi, forse anni, e quando la porta si aprì, un odore pungente di chiuso li avvolse. L’uomo si affrettò a spalancare le persiane. La luce aggredì i muri. Le ombre delle betulle si precipitarono sulle pareti. C’erano miliardi di piccolissimi alveoli che scoppiettavano di aria come botti d’artificio. Le sembrò che il diaframma della casa si dilatasse. Il proprietario parlava, lei andò verso la finestra. I lampioni brillavano e la piazza dall’alto era un grande occhio di bue dal cuore vermiglio.

Gli disse di si quel pomeriggio stesso. Nonostante fosse veramente piccolo l’appartamento. Nonostante quattro piani di scale a piedi. Oddio, troppo ripidi quei gradini! Nonostante lo scaldabagno che rabbrividiva in un interstizio del bagno mentre un rivolo di acqua sporca rigava le mattonelle. Non disse nulla quando il proprietario glielo mostrò ma la sua mente registrò un “oggetto non perfettamente funzionante”. Eppure c’era qualcosa di familiare nell’insieme. Non riusciva ad essere razionale. Qualsiasi cosa fosse: l’aveva travolta. Ne aveva viste tante di case quella settimana. Nessuna con quella luce. Il proprietario cercava di essere convincente, forse pensava alla fatica della salita, al fiatone che poteva spezzarsi la prossima volta. E poi voleva concludere l’affare. Sapeva di affittare a caro prezzo. – Ma, signorina, capirà, lei non deve sottovalutare la posizione, così centrale. Allo stesso tempo questo appartamento è estremamente silenzioso. Perché i rumori quassù arrivano con tutta calma.

Grazie del disturbo, ci penserò. Soltanto questo avrebbe dovuto dire. Cinque parole, al massimo due. Ma non lo fece. Pensarci addirittura. Rischiando che dalle sue dita scomparissero gli attimi di luce, le foglie degli alberi nella corrente leggera. La gioia primitiva della piazza dall’alto. Guardò fuori per cogliere sprazzi di cielo. E mentre le gocce di pioggia iniziavano a scurire i sampietrini un brivido di vita nuova le corse addosso. S’immaginò l’infinità dei suoi oggetti quotidiani, la loro ombra sui muri, il rumore dei piedi sul legno. Qui camminerò scalza sempre.

La casa prese velocemente la forma di un ricordo sospeso, come se già ci fosse una traccia di lei. Bastò per farla sbilanciare e firmò il contratto d’affitto di anni quattro più quattro nell’ipotesi in cui il locatore non comunichi al conduttore disdetta del contratto motivata. Lesse con occhi svelti parole che sapeva ormai a memoria muovendo impercettibilmente le labbra.

Il trasloco durò un giorno intero. La ragazza si portò dietro città grigie e morbose. Metropoli di successo le gravitavano attorno come satelliti pestilenziali. Inseguita da strepitii incessanti di vite frenetiche. Gradino dopo gradino, da una rampa all’altra, come sciami d’api. Furono necessari diversi mesi, giornate di silenzio e di luce per ridurre la baraonda dei pensieri a rumore di fondo. Per accorgersi che il grigio della pietra serena era di una sfumatura diversa rispetto al grigio che conosceva lei. Era quasi bello. Chissà cosa avrebbero pensato i suoi ex colleghi di quel bilocale nella piccola città vicino al fiume. Era arrivata al punto che non riusciva più a guardarli negli occhi. Sconfinata paura di riconoscersi fra orme di vite non ancora disperate.







.

martedì 17 maggio 2011

Il mare, le rose e altri dolori. (estratto)

L’aria sapeva ancora di bruciato, nonostante avessi tenuto la finestra chiusa.

Era così tutte le sere, da quando al piano terra si trasferivano i villeggianti. Lasciavano Casoria i primi di maggio. Le donne, i bambini e la vecchia restavano in pianta stabile sotto casa mia fino a ottobre, gli uomini invece facevano i pendolari fra la Stazione Centrale e il paese.

Mio nonno pensò di essere un privilegiato quando vennero a vedere la casa e decisero che andava bene. - L’affitto è di duemila euro per la stagione – si premurò di informarli. Non voleva averla sparata troppo grossa - per l’inverno farebbero trecento euro al mese ma non viene nessuno e allora, voi capite - quasi a giustificarsi - noi dobbiamo viverci con i soldi dell’estate.

I villeggianti capirono benissimo e vollero tranquillizzarlo. Pagarono quel pomeriggio stesso duemila euro al mese per tutti e dodici i mesi dell’anno.

– In cambio noi vogliamo stare tranquilli - dissero.

Durante i mesi invernali qualcuno veniva a dormire, arrivava con il buio e andava via la mattina prima dell’alba. Non ero mai riuscita a vedere di chi si trattasse, ma sapevo che c’era qualcuno, perché sentivo tirare lo sciacquone la notte.

La casa di sotto era come la mia: due stanze da letto, bagno e cucina. Gomito a gomito si stringevano due famiglie, la nonna, i figli e i figli dei figli appena nati. L’ultimo era un bimbetto di pochi mesi che aveva respirato nella sua breve vita più ammoniaca che ossigeno. Mi sono sempre chiesta il perché di una casa così piccola. Li sentivo urtare fra loro quando camminavano, sbattere le ginocchia contro lo spigolo metallico delle brandine che sistemavano la notte per dormire.

Le donne stavano sempre a pulire, a disinfettare, l’acqua sporca del secchio la buttavano in cortile, dove giocavano i bambini, che si sporcavano di sabbia e puzzavano di ammoniaca e lasciavano impronte marroni sul pavimento della cucina. Così le madri pulivano di nuovo e svuotavano i secchi nell'aiuola del cortile. E ai lati, vicino alle mattonelle di cotto infilate nella terra, si depositava una patina biancastra di veleno.

Mi ricordo i fiori di mio nonno. Erano quasi sempre rose inerpicate su piccoli tronchetti che miracolosamente fiorivano e profumavano. Volevo bussare il campanello della casa di sotto, dire alle due donne che l’acqua sporca si butta nel water, che per colpa loro non crescevano più fiori. Mio nonno mi rispose che avevano pagato per esser lasciati tranquilli.

Prima del silenzio, prima dell’aria, mi rubarono le rose.




(breve estratto)



giovedì 12 maggio 2011

L'attrito fra l'animo e il mondo

“Ciò che chiamano passione in realtà non è energia spirituale ma attrito tra l’animo e il mondo esterno”.

La scena è scarna, spoglia, solo la voce ansimante di un racconto fuori campo la veste. La luce di penombra disegna un rettangolo che perimetra la stanza. Si lasciano intuire le persiane abbassate per fuggire l’ultimo spiraglio di sole, le finestre serrate per blindare la vita fuori.

Il cortocircuito ha inizio quando onde di pressione sonora ci investono. Nella sala attonita l’aria si increspa e i nostri pori assorbono rumore. Quel sibilo diventa lo spettro delle frequenze, le punte e le stasi della psiche nello sforzo di sintonizzare il battito dell’anima con quello del mondo esterno. In questo bipolo con resistenza nulla, l'intensità prende le forme dell'assordante rumore di fondo di pensieri in disordine. Nelle intermittenze quasi pare di sentire la stanza recitare : “la città non esiste/(…) la città è silente/ la notte in tumulo con undici stelle”.

A metà fra la crisi morale e la crisi economica in quel semioblio che l’abitudine chiama realtà i tre protagonisti fanno i conti con l’impazienza di vivere e giocano a fare le prove generali per esorcizzare l’insostenibile pesantezza del loro dolore. Si provano le vite, come i costumi di scena. Sono figli di una generazione che ha dissipato i suoi poeti , fanno i conti con il senso vuoto di un’esistenza passata a galleggiare. Il disgusto è tale da decidere di restare nelle quattro mura di manicomio, intenti a sopravviversi.

Nasce così la trance teatrale di Lorenzo Gleijeses, con una vita che si muove sul filo di luce. Igor ha una parrucca verde acido e mima a passo di danza piccole cerimonie quotidiane. I piedi strisciano, strofinano, si srotolano fino a sentire il pavimento. Liberi i pensieri, libera la bocca di contorcersi in smorfie, libere le mani di muoversi nell’aria ovattata. Un automatismo psichico amplifica e distorce le percezioni sensoriali. L’evocazione espressiva prende il posto della narrazione che accompagna il gesto, una semiosi cosciente del linguaggio non verbale.

Fuori il rettangolo luminoso, una donna legge. Ha una parrucca rosa shocking, un caschetto alla Valentina di Guido Crepax. Legge e lancia al vento fogli di carta bianca, come foglie divinatorie di una moderna Sibilla Cumana. Il suo oracolo vaticina Pasolini, Ruccello, Moscato, Concetta Barra, versi, invettive, lamenti. Lacerti di parole. La sua voce prende Igor per mano, muove i fili invisibili della marionetta che “gioca al teatro”, la guida nella ricerca espressiva di un corpo disarticolato e sconnesso. Un urlo squarcia il turbine metamorfico: è un lampo. Ma ci lascia al buio.

Il tuono arriva dopo qualche minuto. Ha la voce di Iggy Pop, di Ian Curtis dei Joy Division. La musica è totalizzante, non ci sono vie di fuga. La manopola del volume sull’amplificatore è portata al massimo: nella stanza chiusa diventa l’unico modo per ascoltare il silenzio. La follia in puro stile post-punk è uno schiaffo al gusto del pubblico, un sistematico lavoro di distruzione dei canoni estetici del teatro di maniera. L’assurdo di Beckett, Ionesco e Genet, la crudeltà di Artaud, il teatro panico di Arrabal, Majakovskij, Mishima, Carmelo Bene tutto si confonde in un delirio sconnesso, e al tempo stesso lucidissimo, di personaggi che vestono personaggi. Un flusso di coscienza in piena regola.

Le luci sono usate volutamente in modo antilinguistico, non vogliono infatti raccontare nulla, piuttosto mostrare i nervi a fior di pelle in questo cortocircuito della mente, la mappatura delle sinapsi, quel dedalo di scintillii e ombre che è la geografia del sistema nervoso.

Il monodramma vive di un dinamismo interno dionisiaco. Del pre-testo drammaturgico di Arrabal lo spettacolo prende il nome, i caratteri di cerimonia al margine del vivere quotidiano, la catarsi irrisolta. L’eredità di Arrabal, sopravvissuto alle tre reincarnazioni della modernità, (i suoi amici Breton, Tzara e Warhol), diventa la deriva del teatro contemporaneo. La piece è depurata da ogni formalismo, libera dall’ossessione della trama. Si rincorre una scrittura scenica in cui la parola deborda nel linguaggio specifico del teatro che non coincide con il linguaggio verbale ma si fonda sulla fisicità dei corpi. E’ un teatro integrale questo: gesto, movimento, suono, parola, performance sono sullo stesso piano. Gli attori si fanno atleti della vita per rincorrerla in un dedalo di gesti e riprodurla restando fedeli al sudore della fronte, ai muscoli caldi delle gambe che sfidano la legge di gravità. E’ un teatro-danza in alcuni passaggi, un rito iniziatico con suggestioni africane. Lo spazio performativo si riempie di spirali inesauste, di corse a perdifiato, di contorcimenti hip-hop. Il corpo parla per loro in un’operazione di degerarchizzazione delle tecniche e dei canoni artistici.

La drammaturgia è un collage onirico che perde la nozione del tempo e percorre ogni latitudine dello spazio. A tener insieme il tutto è l’espediente della follia, i dettami del teatro panico che attingono ai campi più disparati delle arti, il teatro fisico che non mostra, ma dimostra.

Molto bella la scena al rallentatore di un incontro ravvicinato. I due attori diventano fotogrammi di un cinematografo d’altri tempi, sono l’impossibilità di un abbraccio, l’incomunicabilità che ci rende monadi solitarie. Ognuno un microcosmo. Una solitudine.

Mentre i tre protagonisti “si provano le vite” nella stanza di penombra il mondo fuori reclama. E' il trillo del telefono a dare l'allarme. Ha l'accento marcato di un dialetto del sud, l’arroganza camorristica del denaro, l’ignoranza della sottocultura massificata. Intima di non fare rumore perché nel condominio le prove disturbano il sonno della ragione davanti al tubo catodico. La minaccia è reale e la richiesta precisa, sottile, funzionale allo status quo. Terribilmente attuale, verrebbe da aggiungere.

Agli intellettuali, ai chi cerca la propria parte in questa vita, si chiede di non dar fastidio, di fare silenzio appunto. Do not disturb.

E in “Cerimonia (per un negro assassinato)” i bravissimi Lorenzo Glejieses, Anna Redi e Manolo Muoio fanno così rumore che le giunture scricchiolano, le ossa si spezzano nell'impeto di sbattere i piedi sul pavimento dell’ultimo simulacro postmoderno.

Proprio quello di cui ha bisogno oggi il teatro.







Federica Onorato

Autore: Lorenzo Gleijeses
Regia: Lorenzo Gleijeses
Genere: Teatro dell’assurdo
Compagnia/Produzione: Teatro Stabile della Calabria
Cast: con Lorenzo Gleijeses, Anna Redi e Manolo Muoio

giovedì 5 maggio 2011

Bambino

Bambino,
se trovi l'aquilone della tua fantasia
legalo con l'intelligenza del cuore.
Vedrai sorgere giardini incantati
e tua madre diventerà una pianta
che ti coprirà con le sue foglie.
Fa delle tue mani due bianche colombe
che portino la pace ovunque
e l'ordine delle cose.
Ma prima di imparare a scrivere
guardati nell'acqua del sentimento.




Alda Merini

lunedì 2 maggio 2011

A Goffredo Fofi.

"Collocarsi modestamente tra coloro che pensano alla vera gloria, che si conquista attraverso il ben fare, e che può efficacemente e senza problemi restare ignota ai più ("fa’ quel che devi, accada quel che può)".
Questo il consiglio di un maestro, Goffredo Fofi.

Che sia indispensabile la coscienza del "ben fare", imprescindibile "l'erudizione implacabile", che occorra un bagno di pudore per prender le distanze dalla cacofonica bolgia infernale di operatori sociali e culturali buoni soli a produrre grammelot rispettando le tempistiche aziendali, siamo tutti d'accordo.

Mi ronza in testa quell'esortazione, quel "Fa’ quel che devi, accada quel che può!”. La frase non mi piace, non riesco a confinarla nel suo soggetto logico - la gloria che può restare ignota -, lasciarla lì e lavarmene le mani. Mi apre mondi, e abissi. Mi immagino Goffredo Fofi dirmi: "Fa’ quel che devi, accada quel che può!” e divento paonazza di rabbia. Mi infastidisce, è un prurito fisico, un istinto incontrollabile di dita che tastano la pelle e trovano una pulcesucchiasangue e grattano via quel cattivo pensiero. Gestualità ingovernabile e violenta.

Lo rileggo ancora una volta, voglio essere sicura, forse è solo un'impressione frettolosa. Ci guardiamo, io e quella frase. Quel guanto in faccia, mentre stamattina bevevo il caffè e controllavo la lista delle cose da scrivere arretrate. Mi chiedo se non sia un discorso da saggi, il mondo non si cambia ragazza mia. Mio nonno fra una sbuffata e l'altra della pipa me lo ripete ogni volta che vado a trovarlo, come un disco rotto. Rotto, appunto. "Saggio" e "rotto" non vanno d'accordo. La somma fa sempre "vecchio". Che non è un'età anagrafica, è proprio un modo di essere.

Oppure è un inganno questa frase, mi balugina l'idea come uno schizzo di mare in faccia mentre sei accaldata sul bagnasciuga. Il messaggio in codice decriptato suona pressappoco così: “pauci sed electi”, tanto il mondo va come deve andare. Noi resistiamo perchè "ben facciamo". Perfetto. E a cosa serve il mio ben fare se il mondo va come deve andare, maestro? A stare nella mia torre d'avorio? E la torre d’avorio: non è poi un clan?


L'articolo mi piace, lo condivido. Eppure fiuto il pericolo. Non sto tranquilla. E devo scrivere.
Nel nostro esserci "incontrati" stamattina, io con il mio giornale aperto, lui con le sue riflessioni, abbiamo dato una funzione sociale a quell'articolo: la mattinata "non è andata come è andata". Aspetterò ormai il pomeriggio per recensire la mia amata Emma Dante. Il corso dei miei eventi non è più la scaletta da tabella di marcia segnata ieri sull'agenda. Quindi "Fa’ quel che devi, accada quel che può" sembrerebbe una contraddizione in essere, ed è quello che Fofi fuggiva, "il personale successo, il proprio benessere (anche di famiglia, anche di clan)". E stare tre o quattro in una soffitta per me è come stare in un clan.

La razionalizzo questa esortazione, la risvolto come un calzino, sottosopra, alla ricerca del buco, della falla, della mia via di fuga. E non c'è. Non c'è perchè è una dichiarazione programmatica di resa. Resa apparente, ma sempre di resa parliamo.

Io che, né vecchia né saggia, in tempi di morale debole sfodero tutto il coraggio di cui sono capace, a ciascuno il suo, per inseguire il mio ideale di arte, un'arte "etica" in senso forte, non riesco a stare buona nelle mie quattro mura. Che accada quel che accada! Non so voi, a me non basta la gloria clandestina della soffitta, per il semplice fatto che la mia vita non si strotolerà in soffitta fra le pagine di un quaderno scritto a lapis. Che utopia sottrarre l'arte al suo destino di merce! Il mercato, l'economia, le fluttazioni economiche ci caricano la sveglia ogni mattina, io le vedo misurare con lo spago il perimetro della stanza, tracciare rette sghembe sul mappamondo illuminato. E la sento quella lucina sempre più flebile che fa battere il cuore dei paesi disegnati sulla sfera, è sempre più affaticata, lascia sempre più zone in ombra, come una macchia d'olio. O di petrolio.

Eppure lo pretendo un riscatto dalla volgarità della massa. Sconvolgere l'uso e l'abuso e lo storpiamento e lo stupro della parola: si può. Si deve. Chi sente l'urgenza di dire deve continuare a colpire, deve trovare il punto dove chi ascolta è più debole, il loro tallone d'Achille, e poi, senza pietà. Far leva su quel grumo di umanità che ancora abbiamo. Questo, il mio esercizio per "restare umana": lo scricchiolio delle ossa della mano, quel mignolo che si tinge di inchiostro nero strusciato sulla cellulosa, quegli occhi rossi che si fanno sempre più piccoli dopo le tre di notte.
Trovare il punto debole, l'emozione che apre la strada, la forma che veicola il contenuto.

Successo, fama e soldi forse non saranno di questa vita ma la ricerca ostinata di persone che si fanno le mie stesse domande, la ricerca di appigli per riflettere e far riflettere, per sentirmi viva non può essere lasciata al caso. La caparbia ostinata maledetta convinzione che non deve accadere quel che può perchè io ho una responsabilità precisa e devo, devo come imperativo categorico, continuare a chiedermi: "perchè è andata così?", " poteva andare in un altro modo?","cosa potevo fare io?".

Il "pegno"da pagare per chi continua ad essere vivo in questo letame è una cambiale in più sul collo. E i piani di ammortamento per i giovani sono più infami. Hanno interessi da strozzino. Il montante della rendita può coincidere con la mia felicità, con i miei sogni. Accada quel che accada? Questa è la mia vita accidenti! Non è un compito da consegnare e dormire tranquilli la notte. Questa è una faccenda da togliere il sonno, caro maestro.

Mi racconto che "accada quel che accada" sia riferito solo alla fama di un intellettuale e alla sua bramosia di successo, alla vera gloria che può rimanere ignota ai più. Mi sto aggrappando con le unghie e con i denti all'analisi logica. Predicato verbale, complementi, istruzioni per l’uso insomma. Mi vedo scivolare, impantanarmi in: significato, significante, contesto, suggestioni, sconfinamenti. Mi tappo le orecchie, non mi voglio ascoltare. Ma un urlo mi esce. Ed è un urlo che mi tocca più degli altri e mi lacera:

"RINGIOVANIRLO QUESTO PAESE, DIOMIO!".

Cerco un punto fisso nell'orizzonte della mia finestra per distrarmi dal fetore di stantio.

Ma forse sono allergica alla polvere. Mi fa prurito.




(L'articolo per intero è su L'Unità: http://www.unita.it/commenti/goffredofofi/il-mondo-nelle-mani-br-dei-finti-intellettuali-1.288513)

domenica 1 maggio 2011

Ballata delle madri

Mi domando che madri avete avuto.
Se ora vi vedessero al lavoro
in un mondo a loro sconosciuto,
presi in un giro mai compiuto
d’esperienze così diverse dalle loro,
che sguardo avrebbero negli occhi?
Se fossero lì, mentre voi scrivete
il vostro pezzo, conformisti e barocchi,
o lo passate a redattori rotti
a ogni compromesso, capirebbero chi siete?

Madri vili, con nel viso il timore
antico, quello che come un male
deforma i lineamenti in un biancore
che li annebbia, li allontana dal cuore,
li chiude nel vecchio rifiuto morale.
Madri vili, poverine, preoccupate
che i figli conoscano la viltà
per chiedere un posto, per essere pratici,
per non offendere anime privilegiate,
per difendersi da ogni pietà.

Madri mediocri, che hanno imparato
con umiltà di bambine, di noi,
un unico, nudo significato,
con anime in cui il mondo è dannato
a non dare né dolore né gioia.
Madri mediocri, che non hanno avuto
per voi mai una parola d’amore,
se non d’un amore sordidamente muto
di bestia, e in esso v’hanno cresciuto,
impotenti ai reali richiami del cuore.

Madri servili, abituate da secoli
a chinare senza amore la testa,
a trasmettere al loro feto
l’antico, vergognoso segreto
d’accontentarsi dei resti della festa.
Madri servili, che vi hanno insegnato
come il servo può essere felice
odiando chi è, come lui, legato,
come può essere, tradendo, beato,
e sicuro, facendo ciò che non dice.

Madri feroci, intente a difendere
quel poco che, borghesi, possiedono,
la normalità e lo stipendio,
quasi con rabbia di chi si vendichi
o sia stretto da un assurdo assedio.
Madri feroci, che vi hanno detto:
Sopravvivete! Pensate a voi!
Non provate mai pietà o rispetto
per nessuno, covate nel petto
la vostra integrità di avvoltoi!

Ecco, vili, mediocri, servi,
feroci, le vostre povere madri!
Che non hanno vergogna a sapervi
– nel vostro odio – addirittura superbi,
se non è questa che una valle di lacrime.
È così che vi appartiene questo mondo:
fatti fratelli nelle opposte passioni,
o le patrie nemiche, dal rifiuto profondo
a essere diversi: a rispondere
del selvaggio dolore di esser uomini.



Pier Paolo Pasolini

Torture

Nulla è cambiato.
Il corpo prova dolore,
deve mangiare e respirare e dormire,
ha la pelle sottile, e subito sotto – sangue,
ha una buona scorta di denti e di unghie,
le ossa fragili, le giunture stirabili.
Nelle torture di tutto ciò si tiene conto.

Nulla è cambiato.
Il corpo trema, come tremava
prima e dopo la fondazione di Roma,
nel ventesimo secolo prima e dopo Cristo,
le torture c’erano e ci sono, solo la Terra è più piccola
e qualunque cosa accada, è come dietro la porta.

Nulla è cambiato.
C’è soltanto più gente,
alle vecchie colpe se ne sono aggiunte di nuove,
reali, fittizie, temporanee e inesistenti,
ma il grido con cui il corpo ne risponde
era, è e sarà un grido di innocenza,
secondo un registro e una scala eterni.

Nulla è cambiato.
Tranne forse i modi, le cerimonie, le danze.
Il gesto delle mani che proteggono il capo
è rimasto però lo stesso.
Il corpo si torce, si dimena e si divincola,
fiaccato cade, raggomitola le ginocchia,
illividisce, si gonfia, sbava e sanguina.

Nulla è cambiato.
Tranne il corso dei fiumi,
la linea dei boschi, del litorale, di deserti e ghiacciai.
Tra questi paesaggi l’anima vaga,
sparisce, ritorna, si avvicina, si allontana,
a se stessa estranea, inafferrabile,
ora certa, ora incerta della propria esistenza,
mentre il corpo c’è, e c’è, e c’è
e non trova riparo.



Wislawa Szymborska

martedì 12 aprile 2011

L'àncora

È una stanza bianco panna, rettangolare, densa. Ha pareti gialline e azzurre per non far dimenticare la vita fuori, il sole che a sud rimbomba. La voce più forte è quella del televisore. Il volume è altissimo. Non so perché. Forse per coprire lo schiamazzo dei pensieri. O forse le lacrime di chi invece di farle parole le lascia scivolare via. Lacrime in libera uscita in questa stanza.

Ci sono tre letti qui. Il mio papà è steso sul primo vicino alla porta. È la prima volta che vedo letti fatti così. Plastica grigia dura senza spigoli, come quella dei seggioloni per neonati. Perché è così che ti riducono qui dentro. Hanno preso letti coerenti. Quelli che ho conosciuto io erano in alluminio lucido e febbrile, con sbarre severe. Letti di ospedale. O di manicomio.

Giorno dopo giorno le sbarre le ho viste farsi opache, coprirsi di grasso e paura, scottare di rabbia e speranza. Mani di tutte le età le hanno strette. Quelle sbarre sono state per me punti esclamativi in un pomeriggio d’estate qualsiasi, messi a casaccio nel bel mezzo di un discorso, fermi e imperturbabili. Sbarre senza senso, ovviamente.

Un altro infarto. Il quarto da luglio. Me l’hanno detto domenica mattina. Sabato io non mi sentivo bene. Ho finito di lavorare tardi, sono andata a casa, ho messo a bollire del latte per cena. Due cucchiaini di orzo tostato, li ho sciolti piano piano, girando delicatamente. Come volessi amalgamare i composti di una torta. Sono più di sei mesi che non faccio una torta, adesso è il tempo delle fragole, magari una crostata colorata. Poi mi sono messa a leggere, Tigro ronfava alla finestra fissando gli uccelli nel parco, guardando le ombre svelte inseguirsi sui tronchi. Nel cuore della notte, saranno state le tre, tre e mezza, mi sono svegliata. Avevo sulle palpebre le zampe di Tigro. Doveva essersi accorto dei miei incubi.

Alle otto mia madre ha chiamato. Ho preso il primo treno con Tigro che non ha miagolato mai. Mi ha tenuto gli occhi addosso per tutte le sei ore del viaggio, senza dormire mai, senza lasciarmi mai.

Ho notato un merlo nel parco di fronte casa. Sta un po’ in disparte, è solitario. Credo sia l’unico della sua specie fra quegli alberi. Osserva la folla di piccioni da lontano, li sta a guardare accalcarsi in dieci su una sola briciola. E salta via. Salterella con grazia, voli piccoli concentrici, è un guizzo nei miei occhi. Vorrei dar da mangiare solo a lui e non ai piccioni. È il primo uccello di cui non ho paura. Mi chiedo cosa stia facendo adesso mentre io sono qui. Gli ho scattato delle foto giorni fa. Devo trovare un libro sui merli, così, per saperne di più. Voglio essere preparata alla bellezza, voglio goderlo tutto quell’istante in cui il sole gli sbanda addosso. Si, è proprio bello. Chissà se ci sono piccoli merli come lui nei giardinetti di questo ospedale. Chissà come sembrerebbe questa stanza asettica con un piccolo merlo catrame lucente e una briciola di pane tutte per sè. Il nero non saprebbe più di lutto. Chissà se il dolore allenterebbe appena la presa.

Sono arrivati parenti amici conoscenti curiosi. Mi salutano. Poi ascoltano il copione che mio padre recita da due giorni con un filo di voce e la carezza degli occhi di mia madre.

- È successo di notte. L’autoambulanza non arrivava così mio figlio mi ha portato al Pronto Soccorso. L’ho riconosciuta subito la fitta, la morsa. Alla quarta volta lo sai da te cos’è quel senso di oppressione acuta. Mentre mi controllavano il livello degli enzimi è arrivato lui con l’autoambulanza. Ma io non l’ho riconosciuto.

A questo punto del discorso mio padre si ferma sempre. Attende che il coraggio ritorni e il fiato riaffiori. Chi lo ascolta pensa che forse dovrebbe dire qualcosa. Almeno per buona educazione. Qualcuno fa un verso strano con la bocca, un cenno del capo, come un diniego, tanti frugano nelle tasche cercando le meno banali fra tutte le parole banali che potrebbero dire. Altri osano subito, col piglio di chi ha la situazione in mano. Ma lui non li ascolta qualsiasi cosa essi facciano e prosegue.

- No, proprio non l’ho riconosciuto. Non potevo, capite? Ero steso sulla barella a fare i conti con il mio dolore. Non riuscivo a respirare, non riuscivo a muovermi, mi veniva da vomitare. Quel dolore.

Ora si ferma nuovamente e non è perchè il respiro gli manchi. Ma prende fiato lo stesso perché proprio adesso deve dirlo, non può più evitarlo. E nessuno parla. Facce vuote guardano l’uomo steso sul letto grigio che riprende a raccontare.

- Sono entrati di corsa in quattro, lui immobile sulla barella. Gli allarmi di quei congegni diabolici suonavano tutti, tutti insieme, come timer di una bomba ad orologeria. Mi hanno lasciato solo e sono corsi tutti intorno a lui. Passi, rumori: fretta. “Forza, forza, veloci!”, urlavano a trenta centimetri dal mio orecchio voci a cui non saprei dare un volto. Li ho sentiti preparare il defibrillatore. Qualcuno urlava di fare ancora più in fretta, forse il cardiologo. Poi la scarica, uno, due… I tonfi del suo corpo sul letto. Uno, due… Non so quanto sia durato quel bip che mi ha trapanato la mente. Quel bip che sento ancora e che ho creduto essere il mio. Eravamo nella stessa stanza. Un metro e mezzo di distanza.

Anni luce nella mia immaginazione.


(estratto)


martedì 5 aprile 2011

Tutti laureati voi giovani scrittori?

Che peccato. La rovente polemica sul romanzo, sui romanzieri, sui giovani narratori (gioie e dolori) sembra in via di esaurimento, ed io non ho fatto in tempo ad intervenire. E pensare che ci tenevo tanto. Nell' attesa che riprenda - è previsto per i giorni di Pasqua - rivelerò cosa mi ha trattenuto. Ogni volta che stavo per farlo, arrivava - fastidiosissimo - un pensierino. Il ricordo di quel tragicomico "Processo del lunedì" in cui Vittorio Cecchi Gori, vicepresidente della squadra di calcio della Fiorentina, per difendersi dalle accuse dei giornalisti sportivi, pronunciò la storica frase: "Io sono laureato". VA A CAPIRE perché mi torna in mente. Va a capire. Intanto mi capita di guardare "Forum", la rubrica quotidiana di Rita Dalla Chiesa con il giudice Santi Licheri. Che amministra la giustizia sotto l' albero. Ogni giorno alle 13,35 su Canale 5. L' amministra alla buona. Risolvendo litigi e controversie sulla base del diritto non disgiunto dal buon senso. L' altro giorno aveva di fronte il caso di due signore non giovanissime e non particolarmente amiche. Solo conoscenti. Una di loro due, la casalinga Giuseppina, ha comprato dall' altra - Annalena, che fa la sarta - un cane. L' ha pagato trecentomila lire. Questo cane, però non ci vuol stare, nella nuova famiglia. Appena può scappa, per tornare nella vecchia casa. Che ci faccio di questo cane che non ricambia l' affetto mio e dei miei familiari? Dice la sfortunata acquirente. Questo cane che coglie ogni occasione per tornare di corsa dalla sua vecchia padrona? Se lo riprenda. Mi ridia però le mie trecentomila lire. NEMMENO PER IDEA risponde la signora Annalena. Se il cane non ci vuol restare nella nuova casa, vuol dire che non gli vogliono bene. Dicono che scappa e torna da me. Non ci credo. E se fossero loro a riportarlo di soppiatto, nottetempo? Come fa ad arrivarci da solo? Fra le nostre due case ci sono trenta chilometri... Dopo congruo dibattimento, al quale hanno preso parte anche gli allievi di una V Liceo Scientifico; dopo regolare escussione dei testimoni, il giudice Licheri ha chiuso il suo arbitrato nel modo più salomonico. La vecchia padrona si riprenda il suo cane. Ma non è obbligata a restituire le trecentomila lire. SONO PICCOLE STORIE di tribunale. Vicende minime. "Minima iudiciaria". Però anche "minima moralia". Chissà quante commedie, quanti drammi dietro la faccia di quella signora che ha comprato il cane e adesso non lo vuole più. Chissà quali commedie, quali drammi dietro la faccia dell' altra signora che l' ha cresciuto, venduto e adesso non lo vuole più riprendere. Quanto pathos. Quale groviglio di tensioni personali, familiari. Da una semplice vicenda umana come questa, Cecov avrebbe ben saputo trarre uno dei suoi racconti. I nostri giovani scrittori (si considerano giovani gli scrittori dai diciotto ai settant' anni) non riescono a fare altrettanto. Così almeno si dice in giro. Così si lamenta. Questa era la sostanza della polemica. Ha scritto Filippo La Porta sul "manifesto" del 26 settembre 1992: "Quello che manca è una attendibile e minuziosa rappresentazione della normalità, della umanità media, della gente comune, invisibile e indecifrabile". SONO CONVINTO INVECE che saprebbero farlo benissimo: quasi quanto Cecov. Perché allora non si decidono? Perché queste vicende non le conoscono, non le incontrano. L' organizzazione della nostra vita moderna, metropolitana è tale - non ci sono le piazze, non c' è il lavatoio pubblico, non c' è più la fontana comunale - che queste cose tendono ad accadere, ad emergere proprio in televisione. E loro questa televisione - per carità - non la vedono. Spero non sia perché pensano che queste storie di vita televisive sono artefatte. Recitate secondo un copione. Non possono ragionevolmente pensarlo. Se ci fosse dietro le quinte della televisione qualcuno capace di inventare simili storie, di inventare simili personaggi, avremmo il nostro Cecov, il nostro Balzac. Ce ne saremmo accorti da tempo. Spero non sia perché pensano che quelle persone, ancorché vere, una volta poste sotto l' occhio della televisione fingono, si atteggiano. Non possono ragionevolmente pensarlo. Non perché non sia probabile (certo, si atteggiano) ma perché non ha importanza. Si sa che l' occhio dell' osservatore - si tratti dello psicanalista, si tratti del commissario di polizia - influenza l' oggetto (il soggetto) osservato. E CON CIO' ? Rinunceremo per questo, se siamo scrittori, a buttarci avidamente sulla trascrizione di una seduta analitica, su un verbale di Commissariato? No, la ragione è un' altra. Nobile, ma non so quanto onorevole. E' che il giovane scrittore nutre - fra i diciotto e i settant' anni - un fiero dispregio. Me lo immagino, mentre mi apostrofa. Come si permette, Lei? Io, proprio io, dovrei sciropparmi quella televisione per casalinghe? Ma lo sa Lei, lo sa che IO SONO LAUREATO?

Ecco perché mi tornava in mente la risposta di Cecchi Gori. Non mi resta che augurare al giovane scrittore di tenersela, quella laurea. Di farla incorniciare, al più presto.

- di BENIAMINO PLACIDO

lunedì 4 aprile 2011

Gaspare

Aveva del tempo un’idea particolare. Non gli interessava il tempo da contare, non gli piaceva ingannarlo. Lo accoglieva senza troppe domande, annaffiandolo di sole e mormorii. Durava la lunghezza delle parole. Quando il tramonto increspava i vetri alla finestra una cordicella ostinata lo tirava giù incastrandolo nel ticchettio dei passi, nelle lancette dell’orologio di suo padre.

Il pomeriggio lo aspettava in soggiorno e la casa tutta si stringeva in quella stanza, dove la vita ridotta ai minimi termini fluiva fra le pile di giornali ingialliti, i ritagli di legno abbronzato sugli scaffali, pudichi spazi colorati come certi centimetri di pelle rosa rubati. Saltavi a gambe larghe tra segnalibri di prestiti mai restituiti, vedevi linee improbabili che lo univano al resto del mondo. Per ore in apnea nella luce del salotto. Andavi via al tramonto, nella testa una voce saliva. Come avevi fatto a non scoprirla prima quella sensazione.

"Troppo presto" hanno detto tanti. Gaspare scivolò via quando bisognava farlo. Senza rumore, dondolando appena nella luce chiara della polvere.


(estratto)

lunedì 14 marzo 2011

La ginestra.

Καὶ ἠγάπησαν οἱ ἄνθρωποι μᾶλλον τὸ σκότος ἢ τὸ φῶς
E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce.
Giovanni, III, 19


Qui su l’arida schiena
Del formidabil monte
Sterminator Vesevo,
La qual null’altro allegra arbor né fiore,
Tuoi cespi solitari intorno spargi,
Odorata ginestra,
Contenta dei deserti. Anco ti vidi
De’ tuoi steli abbellir l’erme contrade
Che cingon la cittade
La qual fu donna de’ mortali un tempo,
E del perduto impero
Par che col grave e taciturno aspetto
Faccian fede e ricordo al passeggero.
Or ti riveggo in questo suol, di tristi
Lochi e dal mondo abbandonati amante,
E d’afflitte fortune ognor compagna.
Questi campi cosparsi
Di ceneri infeconde, e ricoperti
Dell’impietrata lava,
Che sotto i passi al peregrin risona;
Dove s’annida e si contorce al sole
La serpe, e dove al noto
Cavernoso covil torna il coniglio;
Fur liete ville e colti,
E biondeggiàr di spiche, e risonaro
Di muggito d’armenti;
Fur giardini e palagi,
Agli ozi de’ potenti
Gradito ospizio; e fur città famose
Che coi torrenti suoi l’altero monte
Dall’ignea bocca fulminando oppresse
Con gli abitanti insieme. Or tutto intorno
Una ruina involve,
Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi
I danni altrui commiserando, al cielo
Di dolcissimo odor mandi un profumo,
Che il deserto consola. A queste piagge
Venga colui che d’esaltar con lode
Il nostro stato ha in uso, e vegga quanto
È il gener nostro in cura
All’amante natura. E la possanza
Qui con giusta misura
Anco estimar potrà dell’uman seme,
Cui la dura nutrice, ov’ei men teme,
Con lieve moto in un momento annulla
In parte, e può con moti
Poco men lievi ancor subitamente
Annichilare in tutto.
Dipinte in queste rive
Son dell’umana gente
Le magnifiche sorti e progressive.