lunedì 14 marzo 2011

La ginestra.

Καὶ ἠγάπησαν οἱ ἄνθρωποι μᾶλλον τὸ σκότος ἢ τὸ φῶς
E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce.
Giovanni, III, 19


Qui su l’arida schiena
Del formidabil monte
Sterminator Vesevo,
La qual null’altro allegra arbor né fiore,
Tuoi cespi solitari intorno spargi,
Odorata ginestra,
Contenta dei deserti. Anco ti vidi
De’ tuoi steli abbellir l’erme contrade
Che cingon la cittade
La qual fu donna de’ mortali un tempo,
E del perduto impero
Par che col grave e taciturno aspetto
Faccian fede e ricordo al passeggero.
Or ti riveggo in questo suol, di tristi
Lochi e dal mondo abbandonati amante,
E d’afflitte fortune ognor compagna.
Questi campi cosparsi
Di ceneri infeconde, e ricoperti
Dell’impietrata lava,
Che sotto i passi al peregrin risona;
Dove s’annida e si contorce al sole
La serpe, e dove al noto
Cavernoso covil torna il coniglio;
Fur liete ville e colti,
E biondeggiàr di spiche, e risonaro
Di muggito d’armenti;
Fur giardini e palagi,
Agli ozi de’ potenti
Gradito ospizio; e fur città famose
Che coi torrenti suoi l’altero monte
Dall’ignea bocca fulminando oppresse
Con gli abitanti insieme. Or tutto intorno
Una ruina involve,
Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi
I danni altrui commiserando, al cielo
Di dolcissimo odor mandi un profumo,
Che il deserto consola. A queste piagge
Venga colui che d’esaltar con lode
Il nostro stato ha in uso, e vegga quanto
È il gener nostro in cura
All’amante natura. E la possanza
Qui con giusta misura
Anco estimar potrà dell’uman seme,
Cui la dura nutrice, ov’ei men teme,
Con lieve moto in un momento annulla
In parte, e può con moti
Poco men lievi ancor subitamente
Annichilare in tutto.
Dipinte in queste rive
Son dell’umana gente
Le magnifiche sorti e progressive.


mercoledì 9 febbraio 2011

Ho avuto una visione straordinaria.


“Ho avuto una visione straordinaria. Ho fatto un sogno che nessun cervello umano riuscirebbe a spiegare. E c'è da far la figura del somaro soltanto a provarcisi. Mi pareva d'esser... nessuno può dire che cosa. Mi pareva d'essere... e mi pareva d'avere... ”.


Un sogno così divertente poche volte viene sognato. Quando accade, il miracolo del teatro si realizza. La scena davanti a noi è una scatola vuota. Ha tre pareti bianche e insonni. Lavagne di fogli mobili, appuntati con mollette fermacarte in alto. Assomigliano a delle lenzuola stese; il palco è una piccola nicchia, uno spazio libero. Non servono i marchingegni mirabolanti né gli sfarzosi apparati scenici dell’epoca vittoriana, a Cecchi basta la forza dirompente della giovinezza che inizia a giocare con il teatro, per far funzionare alla perfezione un congegno teatrale di stupefacente maestria. E’ infatti solo di questa preziosissima materia che il regista si serve per dar vita al Sogno. Ci accompagna la cadenza di un respiro che Nicola Piovani traduce in note, il sottofondo musicale di una pianola, una batteria, una chitarra e del flauto di Puk. Sono gli attori stessi a suonare sul palco, alternandosi agilmente. Così sfumano i contorni dello spazio in melodie incantate.

Nata come saggio finale per gli allievi dell’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, la pièce vive di vita propria, assumendo l’autonomia e i connotati di un vero spettacolo teatrale itinerante, un’opera compiuta. Ma nulla è come sembra. La mano del maestro è sapiente, la sua visione potente. Ogni equilibrio della scena è spostato e i nostri punti di riferimento incerti. Forse alla fine scopriremo di aver sognato noi un saggio scolastico. E saremo confusi come Lisandro e Demetrio, storditi più di Elena ed Ernia.

La forza centripeta del sogno shakespeariano è tale da attirare nel gioco pirotecnico anche il regista, che diventa a sua volta attore. D’altronde, conoscendo Carlo Cecchi, non poteva finire altrimenti. Il Sogno è una vera commedia degli equivoci legata a doppio filo con la Bottega di Eduardo, la lingua teatrale parla il napoletano universale, l’inglese elisabettiano del Bardo, il pugliese stretto di Nick Bottom. Si sente tutta la formazione partenopea di Cecchi, la lezione del regista Peter Brook che nel 1971 fece scuola.

Scenografia ridotta ai minimi termini, costumi ripensati di plastica colorata, una ricerca dei materiali che ha lavorato di sottrazione, scarnificando per cogliere l’essenza. Così una volgarissima plastica riciclata diventa quanto di più bello possa esserci per dare vita alle ali delle fate danzatrici, per colorare i mantelli di Teseo/Oberon e Ippolita/Titania. Sembra un gioco di altri tempi, quando era la fantasia a muovere tutto e a creare il mondo dal nulla. Fate, folletti, elfi, danno vita ad un incantevole gioco. E il talento di questi giovani è materia duttile, vivo slancio di entusiasmo, pieno godimento della scena.

La ricchezza simbolica della notte fra il 23 e il 24 giugno, il risveglio pagano della Natura, gli spunti delle Metamorfosi di Ovidio con Piramo e Tisbe, il rimando all’Asino d’Oro di Apuleio, confusi e impastati nel metateatro di Cecchi creano sulla scena un pastiche sorprendente in cui le tre storie si sfiorano, si intrecciano, si ingarbugliano e si disfano davanti ai nostri occhi dimentichi del tempo. Quello che colpisce è il talento di questi ragazzi, la capacità di improvvisare intermezzi comici, di seguire il Maestro nel suo ritmico e divertito incespicare.

Si esce lievi, fiduciosi nella meraviglia del teatro. Spettatori sorridenti di un patto generazionale risolto, in cui l’esperienza e l’acume di uno dei più grandi maestri del teatro italiano strizzano l’occhio all’intuizione della giovinezza. Fuori ci aspettano tempi tristi in cui i padri lasciano solo debiti infiniti in eredità ai figli, allora riempie il cuore sognare generazioni abbracciate in una notte d’estate.










Autore: William Shakespeare
Regia: Carlo Cecchi
Genere: commedia
Compagnia/Produzione: Teatro Stabile delle Marche
Cast: con Carlo Cecchi, Valentina Rosati, Gabriele Portoghese, Davide Giordano, Sofia Pulvirenti, Barbara Ronchi, Cecilia Zingaro, Federico Brugnone, Valentina Ruggeri, Simone Lijoi, Silvia D’Amico, Enoch Marrella, Luca Marinelli, Lucas Waldem Zanforlini, Nicola Sorrenti, Luca Romani



F.O.

domenica 6 febbraio 2011

La notte di nozze

Durò poco, così volle ricordarselo. Lui smise di ringhiare prima che il peso la schiacciasse. Si tirò su i pantaloni come un vizio antico. Sul cuscino restava la saliva di un urlo sbavato e inghiottito male. I ricci scarmigliati e furenti cadevano sui seni nudi. L’aveva lasciato fare, le sue mani in ogni orifizio. Al sudore corrosivo di lui rispondeva con mutismi ostinati e straniamenti. Si era lasciata prendere quella notte con gli occhi volti alla finestra, fissi al lampione in strada, con l’urgenza dell’alba. L’aria era calda fra le lenzuola increspate. La scena dell’amplesso scarna. Spoglia come il loro innesto sgraziato.
Appena la porta si schiuse, la stanza sputò fuori l’ombra e Maria riprese a respirare. Impercettibilmente scostò la tenda dalla finestra. Il mattino era già alto. Fece per proteggersi il viso con la mano, ma un raggio sfondò le traiettorie dei mobili, spellò i centimetri del soffitto scorticando intonaco. Fu allora che il chiasso impietoso della luce inchiodò alla carne bianchissima il rivolo di sangue che sgusciava fra le gambe. Sentì il dolore come una cosa viva. Un conato di vomito montava dentro. Sottili e insistenti le dita presero a tamponare la ferita con il lenzuolo.
Sottovoce. Diomio ancora mormorava. Lasciò cadere la mano a peso morto. Esausta. Il ventre contratto era una fuliggine di livide efelidi. Sentiva i ganci del reggiseno slacciato morderle le scapole magre, il cuore scoppiare. Rovesciò la testa all’indietro e chiuse gli occhi. Per un attimo, un attimo soltanto, non sentire nulla. Nessuna voce, nessun disgusto.
Nella stanza accanto l’acqua scrosciava forte, schizzava e rimbalzava dal bocchettone della doccia. Si sentivano le tubature scricchiolare sotto il peso della pressione. Quel sibilo metallico era un brivido freddo lungo la schiena. La prima notte di nozze era passata, si rincuorò a mezzavoce.



(estratto)

giovedì 27 gennaio 2011

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari - Brecht 1932

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari
e fui contento, perché rubacchiavano.


Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.


Poi vennero a prendere gli omosessuali,
e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.


Poi vennero a prendere i comunisti,
ed io non dissi niente, perché non ero comunista.


Un giorno vennero a prendere me,
e non c'era rimasto nessuno a protestare

martedì 11 gennaio 2011

Non chiederci la parola...

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato

l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco

lo dichiari e risplenda come un croco

perduto in mezzo a un polveroso prato.



Ah l'uomo che se ne va sicuro,

agli altri ed a se stesso amico,

e l'ombra sua non cura che la canicola

stampa sopra uno scalcinato muro!



Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,

sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.

Codesto solo oggi possiamo dirti:

ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.



Eugenio Montale

mercoledì 1 dicembre 2010

Così ebreo, così umano.

“La tristezza ci rende stupidi, ci sforziamo di fare del teatro”. Iniziano così le “Prove del Mercante di Venezia”. Le parole del regista vanno a snidare gli occhi nel buio della platea. La tristezza infinita dei vecchi se la porta addosso quell’uomo stanco che dall’alto del suo trespolo guarda la scena vuota. Di Shakespeare e del suo teatro gli è rimasta una t-shirt posticcia made in China, sotto la giacca la faccia del Bardo è ancora incredula. La penombra è puntellata di organi umani, pendono alle pareti. Cola sangue sul muro di fronte, non si è ancora rappreso. Difficile capire dove siamo, è una no land di desolazione quel teatro svilito. Ma c’è uno specchio ricavato sul fondale e dentro ci siamo noi.

Assistiamo al baratto. Il regista non ha più nulla da perdere e scende a patti. Paga la vita in cambio dell’arte. Più volte si chiede dove inizia l’una, dove finisce l’altra ma non troverà soluzione di continuità. Il sistema metrico decimale non può leggere l’Arte. Non la sa codificare. La libbra di carne è l’unità di misura della primitiva Legge del Sangue. Tanto chiede al regista il losco imprenditore che animava le navi da crociera. Poco importa la provenienza dei capitali, se sono giochi di finanza creativa, se è la tratta di organi, le armi, le donne o la droga. Il colore dei soldi mette tutti d’accordo, senza domande. “Nothing comes from nothing”. Scopriremo che il regista cova da dieci anni il suo “J’accuse” e quei soldi sono l’ultima occasione per farsi sentire; all’impresario invece manca solo il cuore dell’artista per completare la sua collezione di organi, i soldi sono il ricatto atteso.

Il teatro comprato è il primo ossimoro che Moni Ovadia e Roberto Andò mettono in scena. Shakespeare è la lingua senza geografia né tempo. Italiano, inglese, tedesco, spagnolo, ebraico, rom diventano una Babele linguistica impastata col sangue. Le Venezie di ieri, i Buchenwald del secolo breve, le Ville Certose di oggi: un atto unico e irrisolto. Shakespeare racconta “l’acrobazia dell'uomo di farsi mercante di ciò che non è in vendita”. Oltre quelle parole ogni luogo è stato profanato. Non esiste futuro, non esiste speranza. Solo tragedie indicibili, finché l'eterno gioco del prestito e del debito governeranno un mondo demistificato dall’ipertrofia del denaro. Al monologo più famoso del “Mercante di Venezia” il regista si aggrappa con le unghie. Diventa il topos linguistico: ripetuto, raddoppiato, esasperato. E’ il verso del teatro che muore. La Torah laica dell’Arte venduta al migliore offerente.

“Se ci pungete, non sanguiniamo?
e se ci fate il solletico, non ridiamo?
Se ci avvelenate, non moriamo? “

L’eco di Brecht è potente. Lo straniamento prende allo stomaco.

“Un ebreo, non ha occhi? Non ha mani, un ebreo, membra, corpo, sensi, sentimenti, passioni? Non si nutre dello steso cibo, non è ferito dalle stesse armi, soggetto alle stesse malattie, guarito dalle stesse medicine, scaldato e gelato dalla stessa estate e inverno di un cristiano?”.

Così prende la parola Shylock. E’ sempre stato sulla scena lui, fin dal primo momento. Sdraiato, su un letto di ospedale, accanto un’infermiera isterica teledipendente, un cardinale e un misterioso prelato. In quattrocento anni di attesa anziché smussare i tratti caratteristici Shylock ne aggiunge altri, più stereotipati ancora. Sempre in bilico sul crinale tra realtà e finzione, storia e incubo. Alle parole si mescolano note musicali: dai Queen al gospel, da “Money” alle suggestioni klezmer e balcaniche. Lo straniamento brechtiano si stempera nelle canzoni pop. Shakespeare si confonde nelle coreografie stile Broadway. La scrittura teatrale schiera tutte le sue Muse perché la sommatoria dei pregiudizi sia nulla. Emarginato e strozzino. Cenere dai camini di Auschwitz, bambino errante a Buchenwald, assassino sulla Striscia di Gaza. In uno dei momenti più alti il monologo si mescola a un discorso hitleriano e il telo bianco sul fondo si riempie di facce con la stella gialla al petto. Sempre più piccoli i volti da non distinguerli più: sono così tanti. Ieri ebrei, oggi zingari, domani? Il tempo sincronico, lo spazio circolare sembrano quasi voler ripristinare quell’ordine morale che ha reso l’uomo vittima di un “disancoramento cronico”. La parola e l’anima mutilate per sempre, diventate merci di scambio.
“Stranieri a se stessi”: non solo Shylock, non solo il regista. Stranieri a se stessi sono innanzi tutto gli attori “scalognati” assoldati per pochi spiccioli dall’impresario. Giovani precari saltano da un ruolo all’altro, scendono a patti tutti i giorni. Si svendono ogni volta pur di guardare da lontano un sogno. In questa moderna Compagnia della Contessa il talento svilito è consapevole. Tutta la tristezza del mondo è la tristezza del teatro in questo momento.
“Sono giovani”, dirà l’impresario con la giacca di lustrini, se hanno talento cosa importa, cui prodest? L’unica cosa che conta è che Porzia sia gentile con gli amici, che si lasci accarezzare. Carne da macello in un mattatoio: la giovane vale tanti ducati quante le libbre del suo corpo acerbo. E lei lo sa. Morirà un po’ tutti i giorni, senza neppure accorgersene. Nessun bene è eterno sul mercato: ogni cosa si deprezza. La legge del Denaro vince sulla legge mosaica dell’ebreo Shylock, vince sulla Legge cristiana di Venezia.

Inevitabilmente va in scena un testo politico. Il teatro può solo essere politico se vuole sopravvivere nel 2010. Diventa inattaccabile quando parla Shakespeare. Anche oggi per protestare si scende a patti, mercanteggiando la propria arte con libbre di carne. Ma non abbiamo più nulla da perdere.
Soprattutto se siamo giovani ed abbiamo talento.







Federica Onorato.

domenica 21 novembre 2010

I Limoni

Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
lo, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.

Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall'azzurro:
più chiaro si ascolta il susurro
dei rami amici nell'aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest'odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l'odore dei limoni.

Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s'abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l'anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo fruga d'intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno piú languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.

Ma l'illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rurnorose dove l'azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s'affolta
il tedio dell'inverno sulle case,
la luce si fa avara - amara l'anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo dei cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d'oro della solarità.


Eugenio Montale.

sabato 20 novembre 2010

Sprazzi di sereno.

Voltate le spalle all’aula che si svuotava si avviò verso l’uscita. Le ultime frasi del professore si erano accorpate, un’ombra che a gattoni rimbombava lungo le scale e tamponava di ovatta il baccano degli studenti. Fantasie bizzarre che danzavano, lasciavano scie come code di aquiloni. Nessuna congettura riusciva a farsi idea compiuta che già si coagulava in frantumi inerti di dubbio. E allora Chiara aumentava il passo srotolando le gambe sulla lunga scalinata come a volersi scrollare di dosso un peso. Le si leggeva in viso un punto interrogativo e pensava che aveva il libricino rosso da pochi giorni appena eppure qualcosa di strano le stava succedendo. Saltando a balzi di decenni la linea del tempo, ad occhio e croce le sembrò verosimile immaginarsi il professore appena ventenne nel tumulto del ’68. Buffo, lo era sempre stato. Lo vedeva magrolino fluttuare nella fiumana umana che colorava le strade di striscioni e inondava l’aria di slogan al megafono. Lui c’era. Lo distingueva nitidamente nel corteo, il jeans a zampa, il codino.


A ferirla era stata quell’ironia nella voce perché s'intravedeva una risata sommessa dietro, un ghigno, un moto di stizza, come per dire: “Queste cose assurde datate!! Povera illusa!”. Nemmeno l’aveva camuffata, la cattiveria stantia che si nutre al buio in solitudine. Perché non ho avuto la prontezza di rispondere? Perché ho lasciato che quella frase mi piombasse addosso così, senza capire? Istintivamente la mano scivolò nella borsa e accarezzò il libro. Guance porose di cellulosa livida si offrirono grinzose al tatto. Pagine incollate l’una alle altre avevano aspirato tutto il tabacco di quella pipa caleidoscopica e improvvisamente erano invecchiate senza ragione. Il libro aveva dita di vecchi fumatori incalliti, pelle gonfia di vesciche. Una piega amara le increspò le labbra. La mano afferrò forte il volume scarno come ad impedirgli di scivolare via. Ora aveva in pugno una trama asciutta di fibra lunga, un’anima lattiginosa e stringeva. Fu una nuova geografia di rughe e di ossa incavate a frastagliare le estremità usurate quando l’accenno di un sorriso svanì fugace e Chiara si fece seria. I ragazzi uscivano di corsa incuranti della pioggia ma era troppo bella la città bagnata per non fermare l’immagine.


Il cielo spoglio e l’odore di bagnato la sorpresero accanto allo stipite del portone, immobile, un rampicante sinuoso. Assorta, un po’curva, con la testa appena inclinata. Gli umori della strada, lo smog delle auto in fila, il sapore della gramigna abbarbicata ai muri si confondevano con spruzzi dell’esistenza odorosa. L’aria sapeva di muschio. Tutt’intorno c’erano pozzanghere dai sorrisi aperti in cui frugare, finestre affacciate a specchiarsi. La strada conteneva a fatica gli ombrelli. Erano per lo più uomini incravattati dal passo deciso, ciascuno con il proprio ombrello, la propria valigetta, consulenti della società finanziaria che sgusciavano dagli uffici del palazzo di fronte.


L’annunciò il ticchettio delle scarpe alte.

Poi pantaloni neri di panno, camicetta a righe e golf sotto la giacca con il logo della griffe cucito sul petto. “L’uniforme”, pensò sorniona. Perle piccole e luminose ai lobi, ciondolo di oro bianco che a fatica restava composto sul collo. Camminava a piccoli balzi, quasi impercettibili. Ondulava appena il bacino mantenendo la schiena dritta. Un singolare equilibrio in quella figura trotterellante, una strana armonia. Il compasso delle gambe disegnava semicerchi appiattiti. Faticava a correrle dietro l’ombra umida di un ricordo. Fu lei che vide Chiara per prima e con voce allegra le andò incontro. I capelli lisci ordinati, l’aria curata di chi ha tutto sotto controllo, i numeri giusti. Chiara riconobbe in quella frenesia composta dei passi il suo orologio biologico. Un tempo avevano camminato insieme lungo la via della Sapienza, Aveva tenuto il passo, a volte anche superato, accelerando come un riflesso incondizionato. Di quei primi anni di università ricordava la velocità e ancora provava nostalgia per le cose viste e non guardate.



(estratto)

venerdì 19 novembre 2010

Le piante del lago.

Le piante del lago
ti hanno vista un mattino.
I sassi le capre il sudore
sono fuori dei giorni,
come l'acqua del lago.

Il dolore e il tumulto dei giorni
non scalfiscono il lago.
Passeranno i mattini,
passeranno le angosce,
altri sassi e sudore
ti morderanno il sangue
- non sarà così sempre.
Ritroverai qualcosa.
Ritornerà un mattino
che, di là dal tumulto,
sarai sola sul lago.


Cesare Pavese

martedì 2 novembre 2010

I geni sono i buoi più grossi.

"Il talento è questione di quantità. Non si dà prova di talento scrivendo una pagina ma scrivendone trecento. Non c’è romanzo che non possa essere concepito da una comune intelligenza, e non c’è periodo che per quanto bello non possa essere costruito anche da un principiante. Ma bisogna sollevare la penna, mettere a posto il foglio, e riempirlo pazientemente. I forti non esitano. Siedono al tavolo e sono pronti a sudare. Arriveranno alla fine. Consumeranno tutto l’inchiostro e tutta la carta. Questa è la differenza tra gli uomini di talento e i vigliacchi che non cominceranno mai. In letteratura contano solamente i buoi da lavoro. I geni sono i buoi più grossi, che sgobbano diciotto ore al giorno, infaticabilmente. La gloria è il risultato di uno sforzo costante”.




"Per non scrivere un romanzo"
di Jules Rénard.


ps. grazie Fabio ;)

lunedì 18 ottobre 2010

Vento di Ponente

Come era difficile chiudere gli occhi in quella cappa di vapore immobile, non un filo di vento e gli occhi muti a fissare il soffitto. I rumori della strada si facevano ombre sul muro, filtrate appena dalla persiana molle. Si intrecciavano il chiarore della luna e la confusione del mondo, come avessero fatto pace.

Stracci intrisi di salsedine erano gli anni trascorsi in quella stanza di penombra, ammucchiati in un angolo insieme ai vestiti del viaggio. La valigia era aperta a fare posto all’odore della Casa per i giorni di nostalgia. Solo un profumo mi confortava e veniva dall’isola. Non sapeva staccarsi dalla terra e perciò si portava dietro la felicità inquieta delle mie estati innamorate. Respiravo a pieni polmoni quella scia di libertà, solo una riga di mare rasserenata di argento segnava l’orizzonte della finestra, poi l’occhio si faceva da parte. I limoni ancora assolati inondavano la notte e maceravano lenti. Mi veniva incontro un vociare di vespe, un chiacchiericcio di comari nottambule. Il vento si era calmato, raffiche di sale e conchiglie abbracciavano i ricordi, le note d’infanzia dei gelsomini. Brezza frizzantina a increspare la pelle. Il silenzio era una parete bianca di luce livida che bagnava tutta la Casa e lavava le parole.



(estratto)

lunedì 10 maggio 2010

Horror Vacui

I polpastrelli sgranavano pensieri sul bagnasciuga. Le orme, se ti giravi indietro, una fila disordinata. Ricordo una brezza di salsedine, un pomeriggio d’agosto, un tramonto di porpora. In quei giorni abitavo un tempo trascorso, pensieri sciolti e fotografie sbiadite a farmi compagnia. Nemmeno una settimana e sarebbe arrivato settembre. “Agosto sta passando, anche questo mese è andato. Resisti Luca!”: pensavo. Avevo l’impressione che due stralci di cielo ed anima mi seguissero. Ovunque. L’alito delle pupille pesava. Sguardo immobile che bucava il cielo. Soltanto a guardarlo il dolore nelle sue ossa lo sentivi gridare. Schegge impazzite a torturargli l’anima.

In quel periodo tolsi tutte le foto appese alle pareti della mia stanza, ripiegai i poster e l’euforia, misi da parte anzitempo la volontà di potenza dei sedici anni e la mia notte stellata di Van Gogh. Avevo ricreato un contenitore asettico, bianco, anonimo come la sua stanza di ospedale. Dentro vi avevo rinchiuso un vulcano di rabbia. “Horror Pleni” mi chiamava mia madre con un punto di domanda in viso. Avevo paura di ogni attaccamento, temevo il distacco. Volevo arrivare all’essenza perché non capivo che senso avesse un tumore a vent’anni. Allora scarnificavo le pareti, disconoscevo i colori, mi disfacevo del superfluo. “Horror Pleni!”, mi sembra ancora di sentirla quella voce. La mia camera era una sala operatoria dove con chirurgica precisione vivisezionavo ogni emozione. L’unica cosa di cui avevo bisogno era la luce, come le piante.

Luca era molto dimagrito. Improvvise malinconie di grigio assorbivano le sue risate. Aveva un’aria stanca, rughe che non conoscevo e mani nodose spesso attorcigliate come un grido muto. Dall’ospedale si vedeva il verde del giardino ed il mondo si rifletteva sui vetri. In un mattino umido di rugiada finalmente Luca tornò a casa. Ci guardammo senza fretta e il tempo si dimenticò di noi. Io ora non so dire quanto durò il miagolio dei gatti giù in cortile, né quanto si protrassero le urla eccitate dei ragazzetti che giocavano a calcio nel campetto di fronte. Qualcuno aveva rotto la clessidra del tempo ed era fuggito via come un ladro. Più guardavo quel volto smagrito più un calendario a ritroso svolazzava impazzito: immagini di una vita “altra” da quel mattino di settembre, vertigini di una stagione passata. Il mio sguardo vagò poi nella stanza e si posò sulla sua chitarra. Corde allentate sotto un manto di polvere. Distolsi lo sguardo. “Come stai?” gli chiesi. Scoprii che Luca era diventato saggio, lui che non lo era mai stato: “Sto!.. nel senso che ci sono, sono ancora qui, e questo già mi fa star bene- si sforzò di sorridere- Voglio cambiare la mia stanza”, continuò, ” mi dai una mano?”. Sentii tutto il peso dell’aria in quel momento. Luca dirigeva i lavori dalla poltrona pieghevole dove l’adagiavano ed io eseguivo. L’ordine con cui volle disporre i suoi quadri, i suoi poster, le sue foto rispondeva perfettamente alla fisica aristotelica e leibniziana secondo cui in natura non esistono spazi vuoti. Aveva sete Luca. Di ricordi, colori, odori, canzoni, film, libri, scatole, scarpe, chitarre, tazzine di caffè, cd, penne, candele, incensi, plettri, calendari, autografi, cartoline.

Ho capito negli anni a venire che quelle provviste ataviche di oggetti erano primordiale fame di vita. Luca non aveva più il privilegio delle infinite possibilità che il vuoto offre, dunque accumulava più cose che poteva, non buttava via nulla. “Horror vacui”:decisi di chiamarlo. La moltiplicazione delle cose in quella stanza era l’iperbole di stimoli sensoriali che voleva ancora concedersi. Erano mari in cui non si era ancora bagnato, canzoni che non aveva ancora ascoltato, tramonti che temeva di dover lasciare presto. L’aria poteva diventare elastica, questo mi insegnò “Horror Vacui”.
Io cercavo di rendermi sempre più invisibile alla sua disperazione. L’ultima volta gli portai della sabbia in una bottiglietta vuota, se ne versò una noce sul palmo della mano ed iniziò a sgranarla .”Secondo te due granelli uguali ci saranno?” mi chiese. Desideravo portargli il mare, le gare di nuoto fino all’ultima boa, le notti stellate dei falò, le nostre risate. Improvvise, lunghe, sonore, soffocate, incontenibili, liberatorie: le nostre risate. Parentesi alchemiche nella nostra amicizia. Per me e Luca il domani sarebbe sempre stato un agosto stonato di spighe abbrustolite e di granite al limone. “Horror pleni” e “Horror vacui” si erano incontrati, forti e fragili canne pensanti.
La cosa più preziosa che aveva era la sua raccolta di cd : “Sai ora cosa facciamo?” mi disse, “vorrei attaccare al muro, proprio quello di fronte al letto, tutte le copertine dei miei cd così posso sempre vederli, c’è ancora spazio lì, non trovi?”. Lui le ritagliava ed io in bilico su una sedia disegnavo improbabili rette orizzontali di nastro adesivo con le discografie dei suoi miti. Ogni canzone aveva un tempo e un luogo e ci prendeva un’effervescente malinconia nell’indovinarli.
Mi accorsi che il suo tempo stava finendo quando non ci fu più spazio per nulla.

Venne la morte. Dopo la messa le lacrime scendevano con più rabbia in corpo. Fissavo un sacchetto di plastica trascinato dal vento. Pregai che la corrente non lo strattonasse troppo e che la terra gli fosse lieve. Un broncio involontario mi tormentava il labbro all’idea che proprio Horror Vacui che rinnegava il vuoto mi lasciava la sua assenza in eredità. Il freddo fumoso di ottobre diventava schiuma increspata dall’eco del mare in lontananza, inghiottiva tetti delle case. Il cielo terso. Riappesi la mia Notte Stellata sulla parete di una stanza nuova.





(estratto)


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